19 agosto 2007

Ancora, su UEFA, Lazio e razzismo


L'UEFA lavora da tempo per mettere al centro il fair play e i comportamenti discriminatori sono da sempre nel mirino. Abbiamo detto che la Lazio va, da un paio d'anni almeno, nella stessa direzione, o perlomeno lotta contro chi si è fatto portatore, allo stadio, di certi messaggi. Che lo faccia per convinzione o meno non è rilevante: è chiaro che si tratta di un sacrosanto meccanismo difensivo. A vedere bene, però, c'è (non tra i laziali, ma ovunque) una grande leggerezza rispetto a certi atteggiamenti discriminatori. L'ostilità verso lo straniero raggiunge punte allarmanti che si toccano con mano tutti i giorni, dal segregazionismo esplicito del nord all'insofferenza debordante delle altre zone del paese. Sentimenti spesso puntellati dall'atteggiamento gravissimo dei mezzi di comunicazione (quasi tutti, inclusi quelli che si professano "politically correct" e insistono a titolare in modo discriminatorio: un italiano rapinatore è un delinquente, un albanese rapinatore è un albanese delinquente). Allo stadio, il 14, la gente si riferiva normalmente ai rumeni come "zingari". C'è poco da discutere, in questo senso, se non registrando che l'atteggiamento razzista, nei confronti di certe categorie, più che prevalente è debordante. Se il fine è quello di colpire certi comportamenti alla radice, le squadre italiane dovrebbero essere escluse dalle competizioni internazionali fino a nuovo ordine. Qualcosa si potrebbe fare (e non si fa) sul piano della sensibilizzazione. E' ovvio che non tutti quelli che si lasciano andare a simili commenti assumerebero davvero concreti comportamenti discriminatori. Ma non si può continuare a far finta di niente, mentre la situazione, come puntualmente documenta Human Righs First, marcisce.

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