17 ottobre 2007

il calcio è ancora calcio


Anche se tutto è cambiato, a contare sono sempre le stesse cose. Bisogna vincere, qualificarsi per l'Europa, prendere giocatori bravi o sviluppare un progetto valido o possibilmente tutte e due le cose. Poi si cresce. La Lazio è conosciuta in Europa per quello che ha fatto al tempo di Cragnotti, ma non si vive di rendita e le dichiarazioni di Raul nel pregara di Champions lo dimostrano chiaramente. La geografia calcistica è qualcosa che si evolve e passa per il riscontro del terreno verde, a parte fenomeni locali ipersfruttati con un'abile gestione della comunicazione, che comunque poggiano sulle robuste gambe di un talento indiscutibile. Che, come nel caso di Totti, non sempre fa il campione epocale. A Roma c'è un'estenuante maratona di comunicazione locale (assolutamente impercettibile se si cambia latitudine) che finisce per mettere sul banco degli imputati la Lazio per questioni, per quanto importanti in se, assolutamente secondarie rispetto ai criteri che aggiornano la valutazione di una squadra. Così Lotito viene giornalmente chiamato a rispondere su questioni di poco conto, che alla Juventus non interesserebbero a nessuno: dall'allenatore dei tredicenni all'ortopedico di fiducia, dalle prospettive in società degli ex calciatori alle strategie di marketing e di comunicazione.
Moggi e Giraudo avevano creato una macchina perfetta in quanto vincente. Per farlo avevano cercato di... assicurarsi che vincesse in ogni caso. Anche i progetti finanziati a centinaia di miliardi di Inter e Milan hanno bisogno del riscontro del campo, e così vale per la Lazio, che quest'anno ha mostrato alcuni limiti di consistenza dell'organico che l'hanno fatta scivolare indietro nelle gerarchie del calcio. Punto. Prendere a paradigma le vuote costruzioni mediatiche che proprio sulla sponda opposta del Tevere hanno prodotto business dice di una mentalità pericolosamente incline alla sudditanza, con l'aggravante della scarsa limpidezza di pensiero. Nel senso che se di bugie e manipolazioni si tratta, non si vede perché si dovrebbe accusare Lotito di non costruirne a sua volta di adeguate. La verità è che brucia ancora la ferita delle questioni etiche, nel senso che ci sarebbe bisogno, tra i laziali, di abbandonare il disincantato cinismo che anima le analisi e le dietrologie, riconsegnandosi alla fruizione "bambina" della partita di calcio. Cosa che in pochi sono rimasti in grado di fare. La speranza è che la Lazio non assecondi la spirale involutiva dei propri tifosi, incapaci di sottrarsi alla scura discesa innescatasi da quando gli ultras dichiararono guerra a quello che all'inizio avevano salutato come un condottiero.

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