9 dicembre 2007

Morire di lavoro

Non si può morire così, per andare a ingrassare la Thissen/Krupp della situazione. Se ne parla e si discute, ci si aprono giornali e telegiornali, ma non si "sente" abbastanza la cosa. Questo paese annega nella retorica a buon mercato ma non riesce più a guardare al lato delle cose che ferisce. La dignità, o non so più che, dopo le recenti discussioni, tra la morte del tifoso laziale e gli omicidi che tengono alta l'attenzione. E' un dolore incredibile, se ci pensate. Che possa esserci chi è costretto ad accettare il rischio di finire bruciato in un paese come l'Italia, nel 2007, per motivi che con tutto hanno a che fare meno che con la fatalità. Chi si "sporca" le mani con l'argomento, anche semplicemente fermandosi a riflettere per cinque minuti, spesso non riesce a far altro che a invocare norme o entità che le facciano rispettare. Impotenza allo stato puro. La verità è che il lavoro ha una sua etica e un suo punto d'equilibrio. Se il punto d'equilibrio è il rischio della vita contro un salario, allora ce n'è di strada da fare e può cercare di farla solo chi sta sotto. Perché la responsabilità sociale dei datori di lavoro è ancora un bel sogno di là a venire. E le cose per cui lottiamo sono futili, sono lontane dall'essere obiettivi in linea con l'evoluzione delle condizioni di lavoro e perciò di vita. Si comincia ad alzare la voce sui salari, ma la verità è che la prima voce autorevole che si è levata sul tema è stata quella del Governatore della Banca d'Italia (sic). E che le condizioni che mettono a rischio la sicurezza dei lavoratori sono le stesse che ne mettono in pericolo la permanenza nel mondo del lavoro. Che le due cose sono legate, e che il rischio-morte è fortemente collegato con la debolezza contrattuale.

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