1 marzo 2008

Giddap, Lazio

A sinistra, l'immagine che il purosangue laziale offre di sè ogni domenica in campo. Roba dignitosa: io sono un grande estimatore dei somarelli, anche se qualche mio compagno di fede si adombrerà, avendo in odio il ciuccio napoletano. Pazienza. Il ciuchino che Delio porta a pascolare sul prato ogni maledetta domenica, che sia sabato o anche mercoledì, correva che quasi Varenne, l'anno passato. E non è che si può passare dalle stelle alle stalle con questa leggiadria, anche se le attenuanti ci stanno ed è diventato quasi più noioso stare lì a sgranarle che addormentarsi davanti alle balbettanti, smorte, tremebonde, abuliche prove di una squadra che sapeva, con tutti i suoi limiti, entusiasmare e fare classifica di primissimo livello. Non è la lagna di un tifoso: in campionato si gioca da cani e certe prestazioni ci stanno, se ci si allinea al tran tran e alla mediocrità. Ma questa squadra mediocre non è. E allora vorrei comprendere perché un purosangue che strappava la terra è diventato un ciuco che bruca l'erba, poi può vincere o perdere. In genere perde più di quanto non vinca. E visto che, tolto il ragazzino che arriva dalle giovanili, non c'è un giocatore che abbia mantenuto il suo standard rispetto all'anno passato, mi chiedo perché. Di chi è la responsabilità. Altri non si pongono domande, ma gongolano al pensiero del miracolo prossimo venturo di Lotito. Vabbè. Ma tra un miracolo e l'altro, Lazzaro potrebbe anche ricominciare a camminare, perché altrimenti ci si dovrebbe spiegare il motivo per cui si va in campo tutte le volte. Per quale obiettivo, visto che non si hanno traguardi di classifica e non si tenta almeno la carta del gioco che renda una partita meritevole di essere ricordata oltre allo scialbo incasellamento di un risultato, quale che sia, inutile.
Il calcio è bello anche quando non è vincente, purché abbia una dignità, un senso, un valore che si afferma attraverso l'applicazione e la ricerca del risultato, qualunque sia l'obiettivo. Il vivacchiare della Lazio non fa onore a nessuno: al presidente, all'allenatore, ai calciatori, ai tifosi. Io ho negli occhi le Lazio di Rossi e quelle di Mancini, quelle di Eriksson, di Zeman, di Zoff. Questa somiglia a quella di Zaccheroni. La peggiore.

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