30 aprile 2008

Doppio brodo e passa la paura

Fare il brodo è facile. Non ci vuole niente. Io piazzo un mare di roba in una pentola (un pezzo di manzo, delle ossa con un po' di nervetti e il midollo, una cipolla piccola, un porro, una carota, un paio di coste di sedano, qualche grano di pepe, qualche chiodo di garofano) la copro d'acqua e la lascio borbottare lì un paio d'ore. A parte i dieci minuti che ci vogliono per preparare la roba, la fatica è tutta qui. Mi piace forte, poi ci faccio i tortellini o il risotto. Stasera, per smaltire le delusioni degli ultimi giorni, abbiamo preparato una cena un po' demodé, ma cazzarola: terrine de lièvre su tartine, brodo de manzo chii tortellini alla chianina (insomma, credevo meglio, il tortello, ma il brodo era ottimo) e poi lesso con le salse e le patate, un bello chardonnay fresco fresco, fragole, gelato, moscadello e ciao. Che vuoi farci? Niente TV, che è tutta una faccia a culo, tra quelli tronfi che hanno vinto e quelli livorosi che hanno perso. Poi lasciamo perdere le ghigne elette alle cariche istituzionali. Il Chelsea per di più mi batte il Liverpool che è l'unica squadra per cui avrei tifato un pochetto, insomma, non c'è gusto. Per giunta ero talmente impicciato al lavoro che non ho potuto sbirciare le dichiarazioni dei redditi e mi sono accorto della cosa solo quando era tornata off-limits. Stasera ho scoperto che Grillo se l'è presa, forse non voleva si sapesse del fottìo di soldi che guadagna, e che i fedeli l'hanno un po' beccato. Tutti i falsi profeti fanno una brutta fine, non c'è da meravigliarsi e infatti. Intanto a Roma parte la tolleranza zero di Alemanno, ma dall'Ara Pacis. La prendiamo alla lontana, via. Mi aspetto i primi editoriali critici piovere sul nuovo sindaco: per ora ne ho letti soltanto di trionfali. Sarà che per abitudine e affetto ancora leggo Epolis.

29 aprile 2008

equivoci

La vittoria della destra a Roma chiude il cerchio. Due settimane che hanno sconvolto l'Italia come un terremoto. O forse no. Perché la sensazione è di trovarsi di fronte a una piena che ha rotto un argine divenuto fragile, ma che non è crollato da solo come sostengono in parecchi, soprattutto da sinistra. Cioè, c'è stata una gran voglia di andare a destra, più che il desiderio di punire qualcun altro. Una voglia che si avvertiva, in giro, a Roma come altrove. E' passato il tempo in cui la gente si vergognava di dire certe cose o di fare gesti come la mano a paletta, ma il punto non è questo. I saluti romani, le celtiche, le svastiche, il cattivismo sono manifestazioni che finalmente si liberano, scariche dal valore simbolico che gli ha sempre attribuito l'antifascista convinto e intransigente, che è diventato minoranza anacronistica e trombona. Finalmente ci si sente liberi di eccedere, di inveire, di chiedere punizioni esemplari, di promettere vendette e purghe senza per questo doversi vergognare. Venti-venticinque anni fa tanta gente avrebbe nascosto le proprie simpatie di destra, oggi non è più così. E può uscire fuori la faccia reazionaria dell'Italia, che è sempre stata presente ma si era mimetizzata dietro un'improbabile facciata pseudoprogressista. Cialtroni e geniali, come sempre. Un po' meno geniali del solito, magari...

tiè


e uno...

28 aprile 2008

Arrivederci Roma

Il mio ultimo gesto da cittadino romano l'ho fatto stamattina, votando alle undici per il ballottaggio. Sono ripartito dalla capitale prima che si completasse lo spoglio, anche se i primi dati facevano presagire la sconfitta secca di Rutelli. Ho avuto la certezza del risultato una volta riparato nell'amica Toscana. Uso volutamente un tono pomposo, meglio parlare come se si fosse esiliati. Gli echi dei caroselli delle corporazioni tassinare erano largamente prevedibili. Mi dispiace per chi resta, l'onda violenta del voto del 13 aprile ha sommerso ogni velleità di resistenza. Chi non ha votato Rutelli al ballottaggio lo ha fatto per mille motivi, tra i quali c'è anche la stanchezza e il senso di scoramento. Spero che Alemanno amministri bene la città. Spero che la amministri da fascista, perché la gente si renda conto di chi ha votato e capisca se e quanto sia giusto, nel 2008, agire con leggerezza a proposito di questioni così importanti. Spero che chi non riusciva proprio a notare differenze tra centrosinistra e centrodestra non sia costretto brutalmente a rendersene conto adesso. E non perché mi spiacerebbe per chi se lo merita, anzi. E' che mi dispiacerebbe per chi non se lo merita. E ce n'è tanta, di gente, anche gente che conosco. Tenete duro, passerà la nottata. In condizioni normali, l'alternanza sarebbe giusta e democratica. Ho paura che qui le condizioni normali ce le possiamo sognare...

27 aprile 2008

Il formicaio atlantide

Ero seduto sul muretto di tufi sul fianco del cimitero. Faceva caldo e stavamo lì ad aspettare che arrivasse il funerale, col vento che ci soffiava addosso per dispetto, anche se, ripeto, faceva caldo. Una coppia di cipressi guardava dentro al camposanto. Uno era bello sano, con la chioma florida, pizzuto pizzuto e portava la bandiera dell'orgoglio dei cipressi, alberi che da sempre difendono i cimiteri. L'altro era pelato, almeno per tre quarti. Guardava dentro e sembrava dire ecco, io volevo essere piantato in Val D'Orcia o nel vialetto di qualche villa di qua, sul Chianti, o nelle crete. Io non volevo fare l'albero pizzuto come quasi tutti i cipressi, che poi ci fa il nido qualche civetta e tutti si grattano i coglioni quando ci passano sotto. Volevo fare da margine in un parco, con gli scoiattoli che mi balzano sopra e invece sto qua a guardarmi i morti, e tutte le persone che vengono qua a trovare i morti, e manco stessimo a Spoon River, che almeno senti quello che hanno da dirsi. Vita dura per i cipressi. Accanto a me, a due-tre passi, per terra, c'era il mucchietto di terra smossa di un formicaio. Doveva esserci una pausa di lavoro, o forse si festeggiava il 25 aprile. Tutto taceva, solo una formichina caracollava lì vicino, e a quattro-cinque metri c'erano altri tre-quattro mucchietti di terra che erano formicai limitrofi, o che. Forse sottoterra brulicavano formiche come sulla tangenziale, formiche che andavano a prendere i formichini a scuola, formiche che lavoravano duro a sminuzzare molliche, bucce, robe buone dalla terra grassa accanto al cimitero. La strada era a un passo. Dalla strada arrivava un vecchio sallucchione con l'aria un po' sonnacchiosa, che ciondolava pigro, in attesa pure lui del corteo funebre del povero vicino di casa defunto all'improvviso. Ciondolando ciondolando spiattellava completamente il montarozzino delle formiche. Alcune, tre o quattro, si precipitavano all'esterno, altre perivano all'interno come in un cataclisma atlantideo. Magari lo ricorderanno per generazioni, contando i giorni passati dalla grande acciaccata. Il vecchio, intanto, spariva dietro l'angolo che portava all'entrata sul retro. E il vento continuava a soffiare.

Il comico del malumore

Ecco una bella sfida per la nuova stagione della politica italiana: riprendersi questa piazza che Beppe Grillo riempie ma non merita, e non solo perché, in piena crisi artistica, non riesce più nemmeno a fare ridere. Il punto è che Grillo, per galleggiare nel malumore, ormai deve spararla sempre più grossa. E infatti, in questa escalation, ieri è diventato un altro di quegli irresponsabili italiani che di tanto in tanto vorrebbero riprendere e continuare il lavoro feroce dei partigiani - "ah se solo avessimo più cuore e più coglioni" - scambiando la tragedia della guerra civile con le gag da Bagaglino: "Siamo noi la nuova Resistenza".

Grillo attacca i giornali perché non scrivono quel che vuole lui e come vuole lui. Come tutti i demagoghi italiani, vorrebbe abbattere la stampa. Crede di essere una somma di Totò e del professor Sartori, uno che prende drammaticamente sul serio la propria scienza politica.

Francesco Merlo su Repubblica di oggi: segue su Noantri.

Qui c'è un post su Grillo di Bellacci.

25 aprile 2008

Passeggiando a Montemaggio

Sembra ci sia ancora qualcuno che spende una giornata di festa per andarsene in un luogo della memoria. C'era un bel po' di gente a spasso a Montemaggio. Vecchini con gli occhi lucidi sul luogo dell'eccidio o davanti alla casa dove vennero catturati i partigiani, ragazzini che facevano picnic, un giovane sindaco che già una volta ebbe a stupirmi, telefonandomi cinque minuti dopo che gli avevo mandato una e-mail per chiedergli un'informazione, senza nemmeno sapere chi fossi e senza che si stesse per votare. Insomma, ci sarà per tanti anni ancora qualcuno che il 25 aprile si alza dal letto ed esce di casa per andare in un luogo di questi e fare un gesto che non è nemmeno simbolico, ma di semplice ricongiunzione con le proprie radici e la propria memoria. Io mi ricordo che mia madre, quando ero piccolo, cantava sempre bella ciao, e non era di certo comunista. Per lei, semplicemente, i partigiani erano i buoni. Quando finì la guerra aveva tredici anni, ancora oggi me lo racconta, e io le credo oggi come allora. Qualche volta gli è sfuggito anche, nella sua semplicità, che quello avesse fatto delle cose buone. Altre volte ci ha cantato canzoncine che gli insegnavano da piccola a scuola, roba che poi scoprimmo fascista. La memoria della gente semplice non funziona con gli occhiali dell'ideologia, ma funziona. Di gente semplice era pieno, oggi, a Montemaggio.

Essere e non

Siamo ancora divisi, quasi 65 anni dopo. C'è chi inneggia alla resistenza e chi no, ma quello che tutti sappiamo, in fondo, è che si tratta di cose che non sono alla portata di una reale comprensione. Perché si trattava di scegliere di rischiare la vita per gli altri, per tutti gli altri. Che non è una scelta facile da prendere seduti, con le gambe sotto al tavolino, al caldo e col conforto di lavoro, amici, amore, eccetera. Allora bisognava spendersi per la libertà e non era cosa da tutti. E non tutti quelli che si spesero ebbero poi onori, ricompense, responsabilità. Molti cedettero il passo a chi non seppe lottare, ma risalì la fila riqualificandosi, inventandosi un passato di lotta e di coraggio. Tutti, c'erano, su quelle montagne. Dove in realtà erano pochi e soffrivano e rischiavano la pelle anche per gli altri. Così ci dividiamo tra la memoria "facile" e quella inesistente, senza ricordare che si tratta di gesti fatti rischiando il sangue proprio. Cosa che non è da tutti, ma solo di chi riesce a prendere le armi contro il proprio mare di guai. Non tutti sanno farlo, non tutti hanno saputo farlo.

Mauro Capecchi, sì. A lui, di cui ho avuto l'onore di conoscere la moglie e i figli, dedico questo piccolo pensiero.

è festa ad aprile

Forza ch'è giunta l'ora, infuria la battaglia
per conquistar la pace e liberar l'Italia
Scendiamo giù dai monti a colpi di fucile
evviva i partigiani, è festa ad aprile!



___
Combatte il partigiano la sua battaglia

Tedeschi e fascisti fuori d'Italia

Tedeschi e fascisti fuori d'Italia

Gridiamo a tutta forza
Pieta` l'è morta.
___
Siamo i ribelli della montagna,
viviam di stenti e di patimenti,
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell'avvenir.
Ma quella legge che ci accompagna
sarà la fede dell'avvenir.
___
È questo il fiore del partigiano,
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
è questo il fiore del partigiano
morto per la libertà.
___
Fischia il vento, urla la bufera

scarpe rotte eppur bisogna andar
a conquistare la rossa primavera
dove sorge il sol dell’avvenir.

24 aprile 2008

Anche Repubblica mette on line l'archivio

Dopo il Corriere, anche Repubblica mette on line l'archivio degli articoli (dal 1984, mica male).
I mitomani che conosco, invece di importunarmi come fu per il Corriere, stavolta si diano tregua, magari rileggendosi la cronaca del crollo del muro di Berlino.

Berlusconi e il campionato metropolitano

Lo organizzi pure: Juventus, Inter, Milan, Roma, Napoli. Ciao ciao.
Alè, che si vince qualche scudetto, finalmente

Salvateci, per piacere, grazie

Padella o brace, lo so. E' quello che si chiedono in tanti a Roma col ballottaggio che si avvicina, ma la differenza c'è ed è tanta. Se poi non ci si sente minimamente preoccupati dall'incipiente berlusconesimo-terzo assalto, va bene. Conosco parecchia gente bizzarra che si castrerebbe per far dispeto alla moglie, e dunque ben venga Alemanno sindaco. Tra l'altro mi sembra che il livello dell'odio sia fuori controllo più se si parla di Veltroni e/o di veltronismi che se si parla di Berlusconi, in molte scie rimaste orfane della propria sinistra di sinistra. Dunque, ciascuno inghiotta tutta la destra che riesce a sopportare, ma non si lamenti se dovesse scoprire che tanto uguale non è. Per esempio, io non ci giurerei che i Legoni, con tanto di tuta verde, non tentino qualche sortita a cestinare qualche spreco nelle pubbliche amministrazioni romane. I tabù si superano con facilità, la spregiudicatezza a questi non gli fa mica difetto. Intanto Totti a due minuti dall'intervento camminava. Che dio lo benedica, è un superuomo. Ma si potrebbe anche parlare d'altro. La Juve, per esempio, è di nuovo deferita per responsabilità diretta per la stessa cosa. Ma uno mica lo puoi condannare all'ergastolo cento volte per lo stesso omicidio: va a finire che la fanno diventare simpatica, e dopo ai granata chi li sente?

23 aprile 2008

tarabaralla

ta|ra|ba|ràl|la
avv.
RE tosc.
1 pressapoco, su per giù: disterà 25 o 30 km, t.
2 in un modo o nell’altro: t. me la caverò
3 poco male, pazienza
Varianti: tarabara


demauroparavia.it

Sarà

Quand'erano interessati alla roma i russi si disse che era contrario Putin via Berlusconi, con Soros si ripete la storia, che a me sembra una bufalona.
Mi piacerebbe conoscere i reali contorni della "trattativa"...

the smiling professor

via De Biase, una bella intervista a Daniel Gilbert, social-psicologo detto "Professor Happiness".

22 aprile 2008

Natale di Roma



Vista da lontano, mette quasi paura. Capisco quelli che ci vengono e li prende la tensione: a tornarci, ultimamente, hai la sensazione di un peso enorme che incombe su di te, quando vai in giro e trovi la tua strada in mezzo al groviglio informe di macchine e alla marea umana che incroci tra il centro, la metro e lo struscio di periferia. Ora che sono abituato alla poca densità delle campagne senesi, stento a riabituarmi e capisco. Ma anche qui arrivano gli echi delle strumentalizzazioni politiche e il tentativo di cancellare l'enorme sforzo fatto da Rutelli prima e da Veltroni poi per mettere la città al passo con le grandi metropoli europee. Sforzo che ha prodotto risultati controversi: soprattutto il traffico e i trasporti sono fuori controllo, ma le risorse che servono, soldi e tempo, sono notevoli. E il gap la città se lo porterà avanti per un pezzo. La sicurezza, invece, è un problema diverso: non parte dall'oggettività, anche se i dati sulla violenza e sui reati in città sono preoccupanti. Non in controtendenza rispetto alle altre metropoli, però: il punto è trovare il giusto equilibrio che consenta di non sottovalutare il problema senza enfatizzarlo oltremisura, il che è cruciale proprio perché si deve riuscire per forza a scindere il tema dell'evoluzione della città verso il melting pot più vario da quello della violenza fuori controllo. La domanda di sicurezza è forte e si rischia che a guadagnarsi il consenso della gente sia chi promette un bell'eccesso di risposta. In realtà la sicurezza è una priorità, ma probabilmente non c'è bisogno di dare il via a provvedimenti urgentissimi. Basta organizzare le forze che ci sono, magari integrandone i ranghi e i supporti tecnologici. Domenica, comunque, mi farò la mia mappatella col pane sciocco e il pecorino, un goccio di vino e una fetta di finocchiona e verrò a votare contro i barbari. Con fiducia. La stessa che chiedo a chi sembra non saper più distinguere tra destra e altro, a qualunque titolo si presenti. Una differenza drammatica, che le chiacchiere sulla nascente "formazione" che occuperà le istituzioni stanno descrivendo con chirurgica precisione.

21 aprile 2008

Otto domande a Gianni Alemanno (e a chi si appresta a votarlo)

Da Giuliana:

1) Perchè non risponde mai a Bossi quando ci denigra con frasi come “Roma Ladrona” o “…imbracceremo le armi contro la canaglia romana…”?

2) Perchè quando è stato Ministro insieme a Bossi nel Governo Berlusconi non ha mai difeso la nostra città dai tagli sui fondi per la Capitale?

3) Che ne pensa del nuovo spezzatino a favore dell'aereoporto di Fiumicino, con conseguente taglio all'occupazione, richiesto dalla Lega a tutto vantaggio della Malpensa?

4) Che ne pensa della pretesa leghista di trasferire a Milano buona parte delle attività Rai?

5) Perchè, nel 2007, su 109 sedute del Consiglio Comunale è stato presente soltanto a 23 sedute, distinguendosi per inconsistenza di proposte e di iniziative?

6) Cosa dice ai cittadini romani che stanno ancora pesantemente pagando il deficit di 10 miliardi di euro che il malgoverno del centrodestra ha prodotto nella sanità della Regione Lazio? e perchè non ha mai detto una sola parola sullo scandalo della sanità regionale che ha visto tanti esponenti del centrodestra finire sotto inchiesta per corruzione?

7) Perchè non ricorda mai agli elettori che la legge con cui si regolamenta l’ingresso degli immigrati nel nostro paese ha la firma di Bossi e di Fini e che si deve al governo di destra di cui lui faceva parte la più grossa sanatoria sui clandestini mai varata nel nostro paese?

8 ) Perchè fa finta di dimenticare che Milano -governata da 15 anni dal centrodestra e dalla Lega - ha un indice di criminalità di gran lunga superiore a quello di Roma?

20 aprile 2008

Che poi, ripensandoci

Ai tifosi va portato rispetto, per quanto a volte non se lo meritino. E a tutti i tifosi, mica solo a quelli propri. Parlare di salvezza arrivando a Catania con 40 punti in saccoccia, anche se si ha la squadra per farne venti in più, non significa che si debba dimenticare chi per la salvezza lotta per davvero, a cominciare dall'avversario che si ha di fronte per finire con le varie Empoli, Livorno, Reggina, Cagliari, Parma e compagnia che con dignità e molti meno mezzi si stanno giocando alla disperata la salvezza. Questa cosa non mi è piaciuta, e la metto insieme alle "lezioni di vita" del presidente per ricordare che altre sono le tradizioni sportive a cui facciamo riferimento, per quanto non sempre ci sia riuscito di contribuire ad alimentarne il mito. Ora che possiamo, cerchiamo di farlo, invece di parlare di salvezza.

Lo strazio della Lazio


Altro giro, altra sveja. Negli occhi il rutilante tre a due che ci ha regalato la strapaesana, nella mente i calcoli sulla Coppa Italia che costituiscono l'ennesimo alibi per una stagione infame: chi riesce a chiamare per nome lo spettacolo avvilente che va in onda con questa squadra inguardabile in campo? Aspettiamo questi altri dieci giorni, andiamo a scoprire l'ultimo bluff di questa Lazio depressa e deprimente. Alla fine, mi aspetto si tirino le somme: confido nell'onestà di Delio e mi aspetto che si dimetta, da responsabile principale della stagione fallimentare. Se non dovesse farlo, vorrà dire che esistono altre letture per questa situazione. A meno che non si cavi dal cilindro il coniglio-coppa Italia: farei il bagno nello champagne. Ma la vedo dura.

ciance


Ma a cosa servono tutte ste ciance inutili sul voto utile che avrebbe cacciato fuori l'unica vera sinistra de sinistra dal parlamento? Vojo dì, gli elettori hanno scelto in piena libertà de dà il voto a qualcun alro o di non votare proprio, ci sarebbe da prenderne atto democraticamente e smetterla una volta buona di frignare.

Investitori


Tranquilli, Soros e sceicchi, non state troppo a litigare: chi non prende la Roma si compri la Lazio, c'è modo di risparmiare pure qualche euretto.

Vaccate

Vaccata era il post su Danny federici, ma lo so io il perché. C'entra il fatto che uno si sente vecchio, qualche volta, anche se poi passa. Succede pure a Berlusconi, sicuramente. Ha spesso l'aria sfatta, ma resiste. Si dà la carica con le battute, o anche coi gesti: la mitragliatrice mostrata a una collega della Politkowskaya è uno scherzo da gran buontempone, magari si può anche arrivare a raccontare la barzelletta del mafioso al funerale di qualche magistrato, non mettiamo limiti. A guardarli, tutti sti conducatores, non sembra che sia poi cambiato molto dai tempi della Dc. Nel senso, il ricambio che ci fu dopo tangentopoli non ha mica avviato una stagione nuova, in cui i politici abbiano avuto una vita pubblica un po' meno eterna. In realtà sono in parecchi a essere molto invecchiati e il sistema mostra tutte le sue crepe. A guardarlo bene, pure Montezemolo non è che somigli molto a quello che a 25 anni già guidava la Ferrari al successo. Erano i tempi di Niki Lauda. Oggi Monty dice una verità, pur non stando dalla parte della ragione: gli operai stanno con le imprese e questo spiega molto. Non sono impazziti, gli operai, che all'improvviso vanno a letto con il nemico. E' che in molti casi si trovano a dover scegliere quale nemico gli convenga di più. E poi il mondo del lavoro è un intreccio complesso di interessi che compongono equilibri variabili. Lo sanno bene i sindacati, non solo i datori di lavoro. Lo sanno bene anche molti lavoratori. I più deboli sono quelli senza tutela, che non sanno "servire" né prestarsi a fare lobby a vantaggio di terzi, che poi è quasi la stessa cosa. Per soddisfare certi bisogni c'è sempre stata la disponibilità a derogare a diversi principi. Lo sanno tutti, questo. E' da italiani. Ma non tutti hanno un prezzo, e non sempre. Non sono in molti a poter dare lezioni, al momento. La Lega sì, perlomeno su come si accumula un consenso enorme in pochi anni in un ambito che si riteneva abitato da altri. Io rifletterei sul valore reale della rappresentanza e su chi davvero sia rappresentativo di chi, in una fase in cui c'è proprio poco da fidarsi.

19 aprile 2008

Ricomincio da Danny

Danny Federici era il meno conosciuto di una band strafamosa, per la quale molti hanno delirato e delirano. Era una figura sullo sfondo, come Garry Tallent, come Max Weinberg. Quelle che lasciano la scena al titano Boss, o ai compagni più in vista: Big Man, Little Steven, "Professor" Roy Bittan. Per questo in pochi staranno lì a piangerlo, come accade quando muore una rockstar vera, una di quelle che sono oggetto di culto da parte di tanti fans. Ma il fatto che qualcuno che trentacinque anni fa, o quasi, abbiamo ascoltato per la prima volta, e che abbiamo incontrato mille volte nella nostra vita, girellando alla radio, mettendo un cd o un disco, o andando a vedere un concerto, all'improvviso venga a mancare, dà il senso del tempo che passa. Sembrano degli eroi immortali, cavalieri invincibili seguiti da coraggiosi scudieri come Danny. Invece sono come noi, e all'improvviso tornano dal nulla per ricordarci che non sono più i tempi di Rosalita e che gli anni se ne sono andati via, portandosi dietro capelli e speranze. Oltre a dire grazie per quelle belle canzoni, anche se non stiamo qui a far l'elogio funebre di un signore discreto che a un certo punto della sua fortunata vita è mancato per un melanoma.

18 aprile 2008

Danny Federici

E' morto Danny Federici, maremma maialaccia.
Per chi non lo sapesse, il tastierista della E-street band di Bruce Springsteen.
Per qualcuno dell'età mia, una leggenda, come tutti gli e-streeters

17 aprile 2008

Corti

Il governo ombra è roba vecchia. La telefonata di congratulazioni è una veltronata: il fair play si usa con chi se lo merita, con gli altri è meglio stare zitti per evitare di aumentare il grado di godimento. Qualunque dialogo postvoto Walterino tenti, sarà accusato d'inciucio. E' il suo destino, ormai. Oppure è lo stucchevole loop a disco rotto che sono capaci di intonare alcuni: inciucio qui, inciucio là, dietrologia a grandinate e via. A me sembra che tutti stiano recitando la propria parte in commedia, da Berlusconi all'ultimo communista così, no così. Film già visti, qualcuno drammatico, qualcuno ridicolo, qualcuno patetico. La Lazio non riesce a battere l'Inter nemmeno se l'Inter vuole perdere a tutti i costi. Annata pessima, ma c'è ancora qualche straccio di speranza. Non c'è più per i morti sul lavoro di ieri. C'è un commento da GR che dice che nell'azienda non c'erano operai sindacalizzati. Ho idea che sia una condizione comune a molte aziende. Ho idea che questo accada sempre meno per volontà dell'imprenditore. Sempre più per scelta del lavoratore. Che non sempre ha torto, anche se per cento euro in più decide di mettersi a novanta gradi davanti al datore di lavoro. Detassare gli straordinari ha un senso: si toglie qualche risorsa a qualche pezzo di paese parassita. Una cosa che potrebbero fare i mostri che si accamperanno a Palazzo Chigi è dare una tagliata ai rami secchi della pubblica amministrazione, vacca da miliardi di tette. I soldi della collettività vanno spesi meglio. I dipendenti da aziende private si spaccano il deretano dieci ore al giorno. Sarà per far ricco qualcuno, sarà anche per cercare di migliorare la propria condizione. Fatto sta che in molti posti imprese e lavoratori condividono qualcosa. Non sono solidali con nessuno, questo no. Ma non hanno torto per forza. Questo, qualcuno non lo ha capito. Avrà tempo, da qui in poi. Cinque anni. Anche per verificare se è vero o no che la sicurezza è un problema percepito. A conti fatti, sembra di sì.

"El Charro" Moreno


Qualcuno crede ancora che gli scrittori come il povero Osvaldo Soriano avessero una capacità d'immaginazione incredibile. Basta leggersi la storia del "Gato" Diaz e del rigore più lungo del mondo. Ma Soriano e altri come lui hanno attinto a piene mani alla leggenda del calcio, abbeverandosi direttamente alla fonte. C'è stato un tempo in cui il calcio era dominato dalla "Maquina", il River Plate che distruggeva qualunque avversario. El Charro Moreno faceva parte di quella squadra leggendaria. Era l'attaccante che si allenava ballando il tango e tirava tardi nella notte assassina di Buenos Aires, lui che era nato nella Boca ma aveva trovato la sua fortuna al River dopo che il Boca lo aveva scartato. Una volta disse: "El tango es el mejor entrenamiento: llevás el ritmo, lo cambiás en una corrida, manejás todos los perfiles, hacés trabajo de cintura y de piernas".
Dribblava terzini e puntava diritto alle signore. Segnando gol a grappoli, al suono di una milonga.

16 aprile 2008

foto segnaletica

Capita, guardando il telegiornale, di vedere le foto delle brutte ghigne dei marioli che vengono arrestati per i reati più abbietti. Sofisticatori di mozzarelle, trafficanti di organi, scafisti, mammane, sfruttatori delle monache: in comune hanno tutti una facciazza patibolare che Lombroso a vederla andrebbe in brodo di giuggiole. Ma avete mai guardato la foto della patente o della carta d'identità pensando a come starebbe sparata a pieno schermo sul telegiornale?
(sopra, un esempio di grugno sottratto alla guardinaccia di qualche barrio scarcagnato brasilero)

post

Vanno riviste un bel po' di cose, dopo questo risultato dirompente.
Per esempio, sul tema della solidarietà. O della coesione tra gruppi che popolano lo stesso strato sociale. E tra individui che compongono un gruppo singolo. Sarebbe bello capire se esiste ancora e nel caso se può continuare a esistere un minimo di visione collettiva dei problemi del paese che crei i presupposti per una condivisione. A parte, ovviamente, gli interessi corporativi.

15 aprile 2008

colpa di Veltroni

In Italia la metà delle persone si ritiene parte di un ceto popolare, che sia operaio o meno.
A conti fatti, una su quindici di queste ha votato per la sinistra arcobaleno, che proprio a loro si proponeva di parlare. Qualcuno, forse, ha sbagliato qualcosa da qualche parte, in qualche tempo.
Oppure sarà colpa del fagocitatore, e allora continuiamo così, a cantasse piccola Ketty

sfinito

Aggiungo link all'analisi di Franco B.
E mi associo.
Buonanotte

14 aprile 2008

caporetto

Il Berlusconi terzo è già qui.
Com'era largamente previsto.
Veltroni ha fatto quello che si è potuto permettere, spendendo il suo credito di popolarità. Il PD ha dormito per un sacco di tempo e si è fatto trovare impreparato quando Mastella ha fatto saltare la polveriera. La "sorpresa" inquietante è la Lega. La sinistra arcobaleno raccoglie quello che ha seminato. E adesso sò cazzi

I volenterosi carnefici del Duce

da segnalazioni

Repubblica 13.4.08
Lager d’Italia. I volenterosi carnefici del Duce
di Paolo Rumiz

Non c´erano camere a gas e nemmeno lavori forzati, ma si moriva lo stesso. Semplicemente di fame e di malattie Toccò a decine di migliaia di internati sloveni e croati Perché i campi fascisti ubbidivano agli stessi imperativi di quelli hitleriani: terra bruciata, pulizia etnica, spazio vitale alla razza vincitrice Nuovi documenti e un libro abbattono per sempre il mito della "brava gente"
Un generale annota a mano: "Individuo malato = individuo che sta tranquillo"

Stessi corpi nudi, stessi occhi vuoti, scheletri senza natiche e pance gonfie come tamburi. Certo, non era Auschwitz, non c´erano camere a gas, e nemmeno lavori forzati. Ma si crepava egualmente, come mosche. A fare il lavoro bastava la fame, il freddo, la malaria, le cimici, la scabbia, la dissenteria, il tifo petecchiale. Bastavano le punizioni, le adunate, la paura di essere prelevati come ostaggi per le fucilazioni di rappresaglia. Dentro il filo spinato non c´erano ebrei, polacchi, ucraini. C´erano sloveni e croati, ma la sporcizia e il tanfo erano gli stessi. Sulle torrette di guardia stavamo noi, «italiani-brava-gente», non i tedeschi, ma l´imperativo categorico era identico. Fare terra bruciata, annientare quegli uomini-pidocchi, bonificare le terre del nemico, pulirle etnicamente, offrire spazio vitale alla razza egemone.
Non ci furono solo i campi di Hitler. Anche l´Italia ha avuto i suoi. Nel territorio nazionale, incluse le aree jugoslave annesse nella primavera del 1941, i lager furono ben centosedici, e i più malfamati vennero destinati alla «razza slava». Fino all´8 settembre del ‘43 inghiottirono decine di migliaia di persone, in gran parte vecchi, donne e bambini, talvolta neonati, dei quali morirono di stenti quasi uno su tre. Dei croati - i più numerosi - abbiamo dati approssimativi, ma sappiamo che i soli sloveni furono ventiquattromila, dei quali settemila non tornarono. Tanti, per una popolo di un milione e mezzo di abitanti. Centosedici furono i campi del Duce, ma solo quattro monumenti fuori-circuito ricordano la sofferenza dei deportati: a Roma, San Sepolcro, Barletta e Gonars in Friuli. Per loro, nessun giorno della memoria. Nessun accenno sui libri di scuola.
Un tema tabù, dove s´è cercato per anni, con pochi mezzi e scarsa pubblicità. Le testimonianze, terribili, ci sono: le hanno raccolte studiosi come Costantino Di Sante, Spartaco Capogreco, Tone Ferenc, Eric Gobetti, ma sono sempre rimaste una cosa di nicchia, non sono mai entrate nella coscienza nazionale. Ora altre voci bucano la cortina del silenzio. Lettere di donne recluse, ritrovate negli archivi della prefettura di Udine, dove ha funzionato l´ufficio-censura dell´esercito di Mussolini. Lettere mai inoltrate al destinatario; invocazioni disperate di nonne, ragazze, madri, che spesso non hanno commesso nulla e non sanno perché sono state internate. E poi i racconti delle ultime sopravvissute, che a distanza di sessantacinque anni hanno scelto di rompere la diga del dolore. Un materiale terribile, raccolto da Alessandra Kersevan nel libro Lager Italiani, ora in pubblicazione per conto della casa editrice Nutrimenti. Un testo da leggere, se vogliamo fare i conti con noi stessi.
Marija Poje è di Stari Kot, paese completamente distrutto dai nostri dopo la deportazione degli abitanti. Nel febbraio del ‘42 viene internata sull´isola di Arbe (Rab) dove funziona il campo più grande della Dalmazia. Il motivo ufficiale è: protezione dalle incursioni partigiane. In realtà è una forma di brutale occupazione. Marija ha un bimbo di tredici mesi ed è anche incinta. Al campo, racconta, «non avevamo niente da mangiare e i bambini piangevano terribilmente… ci hanno messo sotto tende militari… e anche lì era solo pianto e gemito di bambini». Poi il trasferimento a Gonars, dove la fame comincia a uccidere. Inedia, freddo, assenza di medicine. Come cibo solo brodaglia e un pezzo di pane grande «come un´ostia».
Racconta Marija, oggi ottantenne: «A me poi è morto questo bambino appena nato, mi è morto questo figlio della fame e del freddo… Era magro, solo ossicini, era come un coniglietto. Due giorni di agonia prima di chiudere gli occhi. E proprio quel giorno per la prima volta gli avevano dato… un po´ di latte freddo. Ha avuto il latte la prima volta quando è morto. Poi l´hanno portato via ed ero così malridotta che non ho potuto accompagnarlo nemmeno sulla porta della baracca. Sono rimasta là. E ancora adesso ho questo desiderio spaventoso, il desiderio di quella volta. Il ricordo dei giorni terribili in cui ho desiderato che morisse prima di me… io non ho potuto andare là, non sapevo neanche dove fosse sepolto».
Stanka è una slovena di origine rom che oggi vive in Friuli. I suoi genitori con otto figli vennero internati ad Arbe e poi a Gonars. La testimonianza è raccolta da Andrea Giuseppini, autore di un documentario sulla deportazione degli zingari nei campi fascisti. «Ci hanno portato in carcere a Lubiana, poi ci hanno portato in questa isola… Rab, in Dalmazia sarebbe… Tanta di quella fame… Non ierano baracche, nelle tende e dentro buttata paglia e lì si dormiva come le bestie. Ieramo in tanti, cinquemila, forse anche di più. I bambini morivano di fame. I piccoli neonati li nascondevamo sotto la paglia perché prendevamo il rancio su di loro… Nascondevano i bambini morti per prendere il mangiare che dopo mangiavano quegli altri».
Bambini nudi e scalzi anche d´inverno che rovistano tra i rifiuti di cucina, mortalità spaventosa, tisici, gente senza mani, senza gambe, quasi ciechi. I medici del campo protestano, chiedono più cibo e medicine, ma l´ordine dall´alto è «affamare». Il 17 dicembre 1942, il generale Gastone Gambara, comandante del XI Corpo d´armata, annota a mano su un foglio che ci è giunto intatto: «Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo». Anche le medicine non servono, fa notare il capo del campo di Gonars, colonnello Vicedomini. Bastano «fasce addominali di flanella», consiglia agli infermieri, che vengono accusati di favoreggiamento al nemico. Crudeltà gratuite, per le quali nessuno ha pagato, alla fine della guerra.
Francesca Turk, un´altra detenuta la cui lettera è stata bloccata dalla censura: «Caro fratello, non so se ci rivedremo oppure se moriremo prima… periremo di freddo e di fame… viviamo nei patimenti e nella paura. Ti scongiuro di mandarmi un po´ di pane secco, perché temo per la mia vita e quella dei miei bambini… Ogni giorno muoiono da cinque a sei persone; periscono anche i giovani, come le pannocchie. Fa freddo intenso, non abbiamo la stufa, non spero più di rivedere il mio paese». Paola Rausel: «Se avessi saputo ciò che mi attendeva, avrei ucciso prima i bambini e poi me stessa, perché non è possibile sopportare ciò che sopportiamo ora. Muoiono specialmente gli uomini e i bambini… gli uomini cominciano a gonfiarsi e a perdere la vista, poi muoiono. Per fortuna che la mamma è morta».
Prima delle deportazioni c´erano i rastrellamenti, i villaggi distrutti. Racconta Slavko Malnar, deportato nel 1942 all´età di cinque anni dal suo villaggio del Gorski Kotar, massiccio montuoso sopra Fiume: «Il 27 luglio l´esercito fascista incendiò tutto il nostro paese… Ci dissero che ci avrebbero protetti dai banditi comunisti partigiani. Figuratevi quale protezione… hanno rubato il bestiame e tutti i beni mobili, e ci hanno cacciati in un campo dove in pochi mesi sono morte trentacinque persone solo del mio paese. Lo stesso è successo per gli altri villaggi». Nel gennaio del ‘43 la Croce Rossa segnala al ministero degli Esteri che nel campo di Renicci (Arezzo) i reclusi ex jugoslavi versano «in condizioni miserevoli» e molti di loro «si sono ridotti a nutrirsi di ghiande». Talvolta - i partigiani italiani lo sanno - i fascisti erano peggio dei tedeschi.
Non era programmata solo la fame, ma anche le umiliazioni. Battista Benedetti, radiotelegrafista nel campo nell´isola di Zlarin in Dalmazia, racconta che per aspettare il rancio queste larve umane erano obbligate a stare in piedi in fila per delle ore e, quando arrivava «la brodaglia», la colonna «cominciava ad agitarsi» e allora piovevano bastonate dei sorveglianti. «Ma la cosa più terrificante era quando alcuni di questi malcapitati, accecati dalla paura di restare senza rancio… uscivano dalla fila e correvano verso il cibo, e allora le bastonate non si contavano più e i poveretti, non riuscendo più ad alzarsi, venivano portati via».
I malati di dissenteria portavano addosso gli stessi vestiti del momento della cattura, intrisi di feci, fino alla fine. Giacevano in un tanfo orrendo in barelle fuori dalle infermerie, all´aperto in pieno inverno, e - racconta un testimone - i loro «occhi vitrei… sporgevano dalle orbite». Per seppellire i corpi, in alcuni campi in Dalmazia, noi italiani usavamo le grotte. Sì, proprio le foibe, dove a fine guerra sarebbero stati uccisi per rappresaglia migliaia dei nostri, ma anche tanti croati, bosniaci e sloveni. «La foiba - racconta Battista Benedetti nel suo libro di memorie - ingoiava i miseri resti di questi malcapitati che, fatti scivolare, di solito dalla parte dei piedi, nel baratro, scomparivano; la cassa vuota veniva riportata dal gruppo degli accompagnatori, per essere utilizzata con altre vittime».
La gente che arrivava nei campi erano già «relitti umani», denuncia il console italiano a Mostar Renato Giardini nell´aprile del ‘42. Sono i mesi in cui i tedeschi pare sfondino in Russia e raggiungano i giacimenti del Caspio, e questa speranza moltiplica lo sforzo bellico nei Balcani, si trasforma in bestiali rastrellamenti. Giardini vede «mandrie di vecchi, donne e bambini, laceri, scalzi e affamati… erranti da una contrada all´altra…». Vede «bambini morti lungo la strada… e i loro corpi gettati dai genitori stessi nei burroni. I poveri contadini da una parte sono vessati dai partigiani… dall´altra gli italiani gli incendiano i villaggi, distruggono le case, gli razziano il bestiame, credendoli partigiani». E poi «intere zone distrutte… la gente anche non combattente ammazzata senza pietà… a volte anche le donne seguono la stessa sorte… i campi resi deserti e squallidi… e tutto ciò serve solo a ingrossare le file del nemico».
«Furia sanguinaria», «disumana ferocia», «barbarie»: così - ricorda lo studioso Livio Sirovich - il capo dello Stato ha definito il 10 febbraio il comportamento dei nostri vicini a proposito delle foibe. Nello stesso discorso, i comportamenti anti-slavi degli italiani, messi in atto fin dal 1920, sono descritti come «guerra fascista». Perché? Per l´enormità imparagonabile di Auschwitz? Per la nostra mancata Norimberga? Per il mito del «bono italiano» che non muore? Per i depistaggi dei servizi segreti dopo il ‘45? Per Spartaco Capogreco la colpa principale è della politica della memoria iniziata dieci anni fa: «Una politica del ricordo per decreto, dove non c´è mai la parola fascismo». Una strategia che alimenta certe memorie con leggi, fondi, ricerche, e ne dimentica altre. «E questo è solo l´inizio. Nelle scuole nessuno più sa cos´è il 25 aprile. Ora aspettiamo solo un decreto ministeriale che lo abolisca».

13 aprile 2008

Muslera di fico


Un sonno che lèvati: quattro parole bastano a raccontare una partita. E io mi ci ero quasi emozionato, ché tornavo all'Olimpico dopo un sacco di tempo e mi rifacevo tutta la solita teoria del prepartita, incluso il parcheggio a Piazza Mancini e il tuffo al cuore alla vista del campo. Dopo parecchie "visioni" in tivù confermo che la Lazio fa pietà. La sintesi migliore è il mio vicino di posto che scoppia a ridere davanti a un goffo tentativo di conclusione di Tare, nel finale di partita. Una gara di fine stagione, con la Lazio attesa dalla coppa, e come no, e altre settecentoquaranta tonnellate di alibi, come ogni domenica di questa stagione stucchevole. Se non si vince la coppa è una stagione fallimentare: siamo a trentuno punti dalla Roma, il che, oltre a essere inaccettabile, non è nemmeno abbastanza: dal primo posto i punti di distacco sono 35.
Dubito che la colpa sia di un inesperto giovane portiere che fa una cazzata a fine partita. Ora andiamo a giocarci questa chance. Poi io ridiscuterei qualunque cosa, altro che compilare liste di confermati e epurati: il primo da mettere sul banco degli accusati è il tecnico, che non ha motivato, non ha preparato, non ha gestito la stagione di questa squadra. Poi parliamo pure di quello che non gli è stato messo a disposizione (giova ricordare che l'avversario di turno aveva due punti in meno della Lazio, e basta dare una letta ai nomi per capire quanto sia allucinante una simile classifica a un mese dalla fine del campionato). Mi fermo qui perché voglio bene a Delio Rossi...

12 aprile 2008

Tanto rivince lui

Nonostante abbia detto (clicca, clicca) la solita quantità industriale di boiate e di bucìe e abbia toccato argomenti-tabù, tipo il tottototty nazionale.
Perché non c'è niente da fare, signora mia. I numeri lo dicono. Otto o dieci andranno a Casini, che non sono quelli chiusi dalla pora Merlin. Un po' meno a quelli che programmano una felice stagione a ròmpere i coglioni all'opposizione, una manciatina a qualche camicia nera sparsa e alla scucchia del fare, appena appena alle ganassone di Di Pietro, e che resta? Diciamo un 40-42 a 35, così mi dicono le ossa.

Al voto, al voto

Ho chiamato avvedutamente la delegazione ACI e il Touring Club, dove mi hanno gentilmente rassicurato sui possibili ostacoli che malauguratamente possono trovarsi lungo il percorso autostradale che collega la città piccola ma storicamente conosciuta dove risiedo, ubicata al centro di un percorso storicamente frequentato da carovane mediamente assai numerose dirette alla città eterna. Poi ho fatto controllare prudentemente la pressione delle gomme alla stazione di servizio e ho ricalcolato numerose volte la tabella di marcia per essere certo di arrivare ottimizzando tempi di percorrenza e utilizzi di carburante. Viaggiando con l'umidità mediamente ideale e al limite col vento favorevole, anche in previsione del trambusto che solitamente affligge la capitale che resta una gran bella città ma detto tra noi alle volte mette duramente alla prova la resistenza del nostro sistema nervoso centrale, dovremmo arrivare in un orario che ci consenta di ottemperare ai nostri doveri di cittadini e poi di concederci alle gioie dell'abbraccio familiare, al limite anche procedendo alla degustazione della fettuccina materna che mediamente supera il livello standard cui mediamente si colloca la ristorazione dell'Italia centrale, a prescindere da qualche realtà locale splendidamente all'avanguardia in fatto di cucina tipica.

10 aprile 2008

shorts


Non riesco proprio ad appassionarmi ai motori. Nada de nada. Guido la macchina ma non ne capisco un'acca, non conduco motocicli o motocarrozzette e in bici non sono proprio Moser. Ma la bici col motore c'entra poco, a parte il fatto che i ciclisti ci hanno il motore a uranio poverino. Al lavoro stanno tutti sempre a trafficare tra formule uno e valentini rossi e moto ducati e che, e io niente. Purché non lo sappia il capo... Ieri sera ho visto Veltroni da Vespa, ma a un certo punto, cazzarola, mi ha steso. Era l'una e mezza, diobono, aveva ciarlato a Napoli il giorno e stava lì che parevano le otto di mattina... non so che roba prenda ma la voglio pure io. Intanto Mutu sdogana la Fiorentina in Europa e io sono contento per Bellacci. L'uccello del dubbio prende corpo: trattavasi di storno, qui molto elegante nella sua mise pindricchiata. Uccello malinconico e solitario, preso di petto dal pettirosso nano e coatto che cerca di sloggiarlo. Noi mettiamo briciole per tutti, aspettando domenica.

9 aprile 2008

corte

Sembra che la mamma di Leonardo da Vinci facesse la schiava e che il poro Leo avesse ventuno fratelli. Mah. Se è per questo dice (Dell'Utri) che Mangano era un eroe, a suo modo. E allora i giudici morti? I giudici sò matti, dice Berlusconi. Come Bossi? No, macché, Bossi scherza, parla per slogan, che vuoi che imbracci i fucili davvero? I fucili li imbracciava tronfio Charlton Heston, che a fare Mosè gli era presa la megalomania e anche se l'altro giorno è morto di vecchiaia era sempre un bel po' stronzo. Nessuno l'aveva visto in Bowling a Columbine? Valterino si è scomposto e sta chiudendo a forza di allucchi contro gli strattoni della controparte, ma ormai ci siamo e mi sta prendendo la curiosità. Come finirà? Silvio dice che se Napolitano muore o si dimette lui regala una camera all'opposizione. Class is not water. Io voterò a Roma per l'ultima volta, dalla prossima, piccone in mano, ingrosserò le fila della regione che è il buco della democrazia. O un buco con la democrazia intorno, non so bene, m'informerò.

sogni mostruosamente proibiti

Strepitosa giocata di mexes
ci stiamo accreditando
sul piano dell'agilità siamo superiori
questo e molto altro non dalla cronaca "di parte" di un canale a pagamento, ma dal solito romaclub interno alla RAI, che aveva incominciato con la Sanipoli che commentava la "grande notizia" dell'assenza di Rooney e Ronaldo, tenuti a riposo insieme a Evra e a Scholes da un Ferguson affatto preoccupato per la qualificazione.
Le sconfitte della roma, anche in contesti prestigiosi come questo, hanno sempre un sacco di responsabili extracampo: l'assortimento di nani e ballerine che, incapaci di qualcunque vergogna, rimpiangevano l'assenza der capetano contro chi non ha ritenuto neanche necessario sprecare le migliori energie per passare un turno scontato.
Un bel gol di Tevez e una lunga teoria di pallegol, a fronte di un rigore sbagliato.
Onore al merito di chi si è conquistato un posto in una recita importante, ma per noi sono solo le solite matte risate, sorry

le tavole di bellacci

Dieci regole d'oro.
Anzi, nove

Ciao, ragazzi




La terra vi sia lieve

8 aprile 2008

Remotti


Intervistato da DNews

7 aprile 2008

particelle

Pare che ci siano dieci motivi possibili che farebbero saltare per aria internet in pochi minuti. Siccome che è tardi non mi va di linkare il pezzo, sta su corriere.it ed è la solita squacquarellata tipo

too mmaggini adesso premo er tasto dell'autodistruzziòne? Sghecio


certo, sapere che potrebbe esserci qualcuno che prende il controllo dei dns e poi si dedica al phising sistematico è roba da incubi notturni, brrrrr! M'immagino gli hacker cattivoni che si raccontano per e-mail le conquiste con la faccina a pescione. Ahò, oggi ne ho preso uno così! Era enorme!

armadilly


Adoro lo sferragliar degli armadilli che si rifugiano a macchione. E' una cosa che mi fa divertire, sapere di vivere nei pensieri di certa gente, di essere marcato, spiato, origliato. Come contare più da morto che da vivo. Facile: basta fare un gesto, dire una parola e aspettare. Come quando da bambino tiri un sasso in un pozzo aspettando che faccia tloc. Alla fine il tloc arriva sempre, è quasi rassicurante nella sua scontatezza...

Gastronomi si diventa

Ma anche no. Dipende, insomma: io se se tratta de magnà, gastronomo lo nacqui. Ultimamente vado bene anche in versione cucinante, almeno così dicono le cavie cui propino le sperimentazioni carciofogene. Come diceva quello che il coraggio era inutile darselo se si viveva bene anche senza, sarvognuno: cacio e pepe è sempre un punto d'arrivo. Tocca vedé la partenza qual è... Tornando alle sofisticazioni, sarei contrario. Ma non alle contaminazioni, pur apprezzando i prodotti territoriali. Punto sempre dritto sulla contaminazione, non va mai male. Poi quando vai da qualche parte ti porti dietro la scia, e dopo qualche settimana di eco e di suggestione la metabolizzi e te la ricordi. Così la Liguria ci lascia profumi, erbe, origani, olive, pesti, salse con le seppie, le patate, i piselli, roba povera e buonissima. Ce li ricorderemo.

6 aprile 2008

briefs

Air action vigorsol fa scoreggiare, vero. Ma quello che doppia la pubblicità dice chiaramente erection, e la cosa introduce una deriva viagrante. Presto ci sarà l'orso che fa prot mentre ciula. A proposito di pubblicità, la crema alle olive che dentro ci ha lo squalene e agisce come hydroterapia è spettacolare. Wikipedia dello squalene dice cose, ma è il suono che fa ride: a quando la pomata al vongolene? E il cozzene, ahò, altro che particella di sodio: Purfamm, la crema al topene senza cozzene. Vabbè, lasciam perdere. Ieri ho tentato la visita di Palazzo Farnese, c'erano tre milioni di persone là fuori. La cosa spettacolare era che molti avevano riparato e si erano messi in fila per visitare qualunque condominio affacciasse su Via Giulia: la signora Persichetti tentava affannosamente di risalire la fila che c'era davanti all'ascensore di casa sua, e tutti che si davano di gomito perché finalmente avrebbero visitato palazzo Persichetti. Vista l'antifona, abbiamo ripiegato su obiettivi alternativi: a San Luigi dei francesi a vedere la Vocazione di San Matteo ci stavano quattro persone in tutto. Ho visto una fila de monachelle nere che traversavano la Casilina, manco fossero processionarie. Il curioso è che era mezzanotte. Che stavano a fà le monache a mezzanotte sulla Casilina? Me lo chiedevo quando quello con la macchina davanti a me ha inchiodato manco avesse visto un gatto nero. Tutti suonavano, lui ha messo le quattro frecce, la retromarcia, nun se sa che cavolo voleva fà. Ho pensato fosse uno scongiuro, e me sò grattato pure io...

L'indagato? bisessuale



il resto lo potete leggere, se ne avete voglia e se non lo avete fatto, su Epolis di ieri. La notizia di Pecoraro Scanio indagato, a una settimana dal voto, è sicuramente un bocconcino da non farsi scappare e da mettere nel giusto risalto. Il riferimento ai gusti sessuali del ministro dell'ambiente uscente mi pare gratuito, oltre che scorretto politicamente (ma oggi come oggi questo pare non sia un difetto). Non commenterei ulteriormente perché il resto dell'editoriale è uno sgradevole riferimento a vicenda altra rispetto alla materia oggetto dell'indagine e fugge in avanti in una direzione che a me sembra ben lungi dal garantismo minimo che spetterebbe a ogni indagato.

4 aprile 2008

shorts

E il brunello di qua, e la mozzarella di là. Non se ne può più. Sò certezze che s'incrinano, anche perché mi sa che la mozzarella di bufala un bel po' di diossina ce l'ha sempre avuta ed è sempre stata buona. Il brunello, poi... Albanese ha fatto la caricatura del sommelier in quel modo mica per caso. Mi ricordo che una volta servimmo a un mio amico suggestionabile una sigarettina rollata unta con un po' d'olio piccante spacciandola per chissà cosa, e il torolo che faceva uh, ah, ci ho le visioni.
Insomma, quando sai che dentro a una bottiglia c'è della roba buona e non ci capisci una beneamata, il brunello finto te lo ciucci. Mesi fa venne fuori che dei friulani contrabbandavano ciofeche per vinoni di stralusso in Germania, grassando bei baiocchi al crucco ignaro. E cavolo, ci sarà pure una differenza tra una ciofeca e un vinone, oltre al prezzo. Certo che c'è. Ad averci la forza di trovarla. Conosco uno che gli hanno rimpiazzato un vinello acido che beve sempre con un chianticello passabile, e si lamenta. Sai com'è, il vino del contadino dovrebbe essere buono, si dice. In realtà è una maialata in praticamente tutti i casi, ma se uno c'è affezionato hai voglia a cercare di convincerlo. Comunque dovevano essere shorts, ma mi sono fatto prendere la mano. Allora longs, e muoia l'avarizia.

3 aprile 2008

il vecchio del calcio


per DNews, su Marco Ballotta che compie gli anni.

1 aprile 2008

Corti

A Milano faranno l'expo. Se ne parlava oggi col capo per vedere se ci si poteva tirare su qualche soldo, ma il pessimismo impera, anzi, vedrai che aumenteranno i prezzi degli spazi della fiera.
A Rho dovrebbero fare una megatorre: wow. Me la immagino che s'infila nella nebbia come uno spinottone. Comunque l'esposizione internazionale ha il merito di aver resuscitato le Olimpiadi dando corpo al sogno decoubertiniano e anche alla torre eiffel, all'atomium, all'Eur. Ma lì niente esposizione, nel 42. Oggi in compenso nella downtown daa cristoforo colombo si espone qualche ucraina o nigeriana. Invece a Firenze dàlli al mendico: dice che una signora non vedente si sia inciampata e ferita per colpa di un poveraccio steso a quattro di spade che chiedeva l'elemosina. Una scena triste. Cioni non la tollererà ulteriormente e sottolinea le regole della convivenza e del decoro. Ma la cosa è un po' pesa, eh. Faustube è nato: si chiama Bertinet, prepara l'opposizione.

depre


Ero sinceramente invidioso: giocarsi il quarto di finale di Champions è una cosa che dà gusto.
Ma una dimostrazione d'impotenza più lampante di così...
Li ho visti male col Siena, con la Lazio, col Cagliari, col Man Utd.
Non è solo l'Inter che gioca a rampazzo.
Se non esistessero, comunque, bisognerebbe inventarli: sono una fonte di divertimento inesauribile.

saperlo

quale sarà la strada che costa di più, in termini di libertà, tra il non affrontare la questione-gruppi ultras che si scontrano tra loro e per questo limitare in molte maniere la libertà di tutti quelli che vanno allo stadio, e l’affrontare seriamente il problema e restituire al cittadino l’agibilità dello spazio dedicato alla fruizione di un evento sportivo? Perché sul tema c'è questa enorme cappa d'ipocrisia?

Un anno fa

Un anno fa è morto Paolo De Luca, un personaggio che mi è molto caro perché era presente nella mia vita in due fasi decisive. Esattamente, quando si è trattato di dare una svolta, a Napoli, prima, e a Siena poi. Le sue città, appunto. Stasera sono stato a vedere il tributo che gli hanno dedicato i tifosi. E' stato toccante. Era un uomo che andava nudo verso i propri sogni ed è riuscito a fare cose che andavano al di là del calcio. Un uomo che aveva l'immaginazione che serve a guardare avanti e ad individuare un obiettivo impossibile, visto come un lampo di luce in una città il cui unico difetto è quello di guardare troppo al passato e poco al futuro, e anche, aggiungo, di credere che i giorni della festa vengano solo a luglio e ad agosto. Gli sguardi sbigottiti che lo guardavano mentre cantava, piangeva, sudava, sprizzava energia e felicità da tutti i pori immortalano, a guardare le foto, proprio questo modo attonito con cui la città se l'è visto arrivare addosso senza avere il tempo d'imparare ad amarlo fino in fondo. Piano piano, le lezioni s'imparano un po' alla volta. Ha preso di peso un mondo e l'ha spostato con un entusiasmo incredibile dalla serie c alla serie A, entrando come un ciclone nella vita di migliaia di persone. Perché il calcio fa bene alla vita. E questa era una delle lezioni per noi. Con gli occhi di tigre, grazie presidente, per quegli schiaffoni e per tutta quest'emozione.