30 giugno 2007

E Crespo raggiunge Maradona


Che onore per Valdanito! A Maracaibo Crespo (con i capelli corti!) risolve con due gol la partita contro gli americani e raggiunge Diego nella classifica dei gol segnati con la nazionale argentina. Fanno 34, ed è un bel successo per questo superbomber che non sempre è stato trattato come meritava, nel delirio di sopravvalutazioni e sviolinate che negli ultimi anni ha portato sugli scudi attaccanti molto meno bravi e con numeri che al confronto dei suoi impallidiscono. Hernan è un grande centravanti, sicuro. Mi ricordo che noi lo discutevamo per una certa tendenza a sparire dietro al difensore, in certe circostanze. E anche perché c'era da fare la tara ai suoi gol, non sempre decisivi. In realtà tutti i gol sono decisivi. Crespo vinse con la Lazio la sua unica classifica dei cannonieri in Italia, se non sbaglio, segnando veramente tanto. Via dalla Lazio ha avuto un po' di sfortuna, tra Inter, Milan, Chelsea e ancora Inter. Ma che sia un attaccante straordinario lo dice la carriera che ha alle spalle. Mentre si prepara a sostenere la conorrenza del nuovo rivale che, per la stampa, gli parte davanti (Suazo), Hernan forse riuscirà a prendersi questa Coppa America. Applausi.

Arriba El Toro: Scaloni

Lionel Scaloni arriva da Rosario, dov'è nato il 16 maggio del 1978. La Lazio lo acchiappa a parametro zero, per riempire il buco lasciato da Massimo Oddo, riportando Behrami alla naturale posizione che sarebbe più avanzata. Per la verità pure Scaloni è uno che sale, almeno così dicono. Soprannominato El Toro, ha giocato per otto anni nel Deportivo La Coruna, levandosi anche qualche sfizietto in Champions League, dove ha giocato 50 partite. Uno con esperienza serviva: cinque anni di contratto e via. L'anno scorso ha giocato nel Racing Santander. Benvenuto, Lionè: dai tempi di Manfredonia ci mancava un Lionello in squadra, sarà contento il gatto dell'Amenta.

Alla prima prova si stecca

Oh, mica è facile partire col piede giusto. C'era il mossiere nuovo e quattro cavalli all'esordio, eh... Insomma, il pomeriggio era perfetto, col sole ma ventilato, la gioia del ritorno in Piazza si faceva sentire, e tutti cantavano e nessuno pareva guardarsi in cagnesco. Bene. Alle otto meno un quarto i cavalli belli saltano fuori dall'Entrone, e incomincia la giostra della prima prova. Un minuto di raccoglimento per Canapino, morto da poco. Qui c'è gente che lui l'ha tenuta in braccio da piccola, e messa in groppa a Panezio. Ma il minuto di raccoglimento si fa con l'applauso, come in tv. Poi si comincia. Dopo un via fasullo, arriva quello buono, e succede che, forse per l'inesperienza del mossiere col meccanismo del via, il canape resta tra le zampe poderose dei cavalli che si danno di fiancate. E' la partenza, dunque c'è assembramento, Minisini per la Chiocciola prova a schizzare come nel caso della falsa, ma Brento inciampa nel canape e rovina pesanemente a terra. Impressionante. Musata del cavallo, fantino che si poggia sulle braccia, la Lupa che rovina su tutti e due, e la Civetta che si aggiunge e cade, con una torsione schioccante per il fantino aggrappato alle briglie. Attimi di tensione, con i cavalli che girano, chi scosso chi col fantino, e si cerca di decifrare l'accaduto. Brento arriva scosso al Casato, poi scarta, torna indietro, probabilmente sente il dolore della botta terrificante. Lo portano dentro e gli suturano una ferita all'anteriore destro, i contradaioli con le mani nei capelli. E' andata, nessuno si è fatto male, forse. Ma che paura. Domani la seconda, si vedrà se Brento sarà in Piazza. La prima, per quel che vale, la vince l'Onda.

29 giugno 2007

Quelli con la Panda vanno piano


Il vecchietto che ritorna dalla campagna con la vecchia Panda scassata a trenta all'ora è l'incubo di molti automobilisti. Sempre vivo e sempre presente, di seconda o di terza, avanzando di lento ma inarrestabile passo, il vecchio pandista sfida i rigori dell'inverno e la canicola estiva, certo che chi va piano va sano e va anche lontano. Andando piano talvolta trascura di fermarsi agli stop, agli incroci, nelle rotatorie, o per lasciar passare la gente sulle strisce pedonali. C'è andata di mezzo Clio Napolitano, moglie del Compagno Giorgio Presidente, investita da due pandisti-rimba davanti al Quirinale, di ritorno dalla passeggiata, sulle strisce pedonali. Che per la verità a Roma non vogliono dire niente (stai sue strice, guarda e si nun ariva nisuno passi, che me devo da fermà perché te stai sue strice? Anvedi questo), ma comunque qualcosa stanno lì a significare. Per fortuna il pandista va piano per definizione, così la signora Clio se la cava con (quasi) poco, anche se dovrà essere operata alla tibia. Viene da chiedersi se non sia un improvviso alzare il tiro da parte del vasto partito dei pandisti i campagna. Nel dubbio, occhio quando ne incrociate uno.

Tratta(ti) bene: Chiocciola, Nicchio e Tartuca

C'era il sole ma non faceva caldissimo, a Siena, stamattina. In giro sfolgoravano i colori: bandiere, fazzoletti e tutto il resto, e gente che sciamava, elettrizzata, dribblando i drappelli di turisti spaesati, estranei alla festa, o interessati al Palio pur non essendo di Siena. E ce ne sono tanti, talvolta anche molto ben informati. Talvolta no: c'era chi chiedeva, anni fa, quando sarebbero arrivati gli arcieri... Comunque ci s'aveva da fare altre cose, dunque non abbiamo atteso la tratta in Piazza ma ce la siamo smazzata poi in tivvù, su Canale 3. Il primo assegnato era Choci, l'incubo dei contradaioli dell'Aquila, salutato come brenna l'anno passato e poi crudelmente sfrecciatogli davanti, al bandierino dell'arrivo, all'ultima falcata. La foto gigantesca è esposta nella Pantera: c'è il Mari che sprinta su Choci, l'Aquila che cede, il contradaiolo che arrivava a corsa a prendere il Palio e si mette le mani nei capelli, davanti all'incubo degli incubi. E' crudele, questa corsa, così crudele che standone fuori ti viene da prendere le parti di quelli che più hanno da soffrirci. Choci tocca in sorte al Bruco, e nessuno gioisce. Strano, ma si vede che sanno cosa può dare il cavallo, loro che lo seguono qui e là. La Lupina prende un esordiente (Estremo Oriente), così non c'è nemmeno da sperarci. Il sindaco snocciola i nomi e come in un surplace ciclistico si sta col fiato sospeso. Il boato arriva, infine, quando Brento viene assegnato alla Chiocciola. Ci si ripete con Dostoevsky al Nicchio, e poi arriva, di risposta ai rivali del chiocciolone, l'urlo dei tartuchini, che in sorte prendono il Caro Amico che ha portato il cencio nella Selva, l'anno scorso, per il Palio dell'Assunta. Tutti scortano i cavalli avuti nelle stalle: da adesso li custodiranno come bimbi, che siano bomboloni o brenne, fino al giorno della corsa, sospingendoli con i canti alle prove in piazza. Staremo lì a guardarli emozionarsi, con la pelle d'oca e le lacrime agli occhi, come sempre.

Ecco il Walter Vocabolario


Da Antonio Sofi per Epolis

28 giugno 2007

la mia volontà per la tua salvezza

Ecco il drappellone, creato da Alessandro Grazi e presentato ieri. Domattina in trentuno sul tufo, poi la tratta. Tutto è pronto. Si balla.

Mexico, Mexico, Ra Ra Ra


Siamo alle solite: quando è il momento di giocare le sviolinate e i mandolini contano poco. In campo non ci vanno le chiacchiere. Così il Brasile perde clamorosamente (0-2) contro il Messico, grazie a due errori individuali di Doni e Juan (così dice O Povo) senza che ne abbia colpa alcuna il bistrattato Fernando (Menegazzo), che manco giocava. In compenso il Cile, privo di Luis Diego Armando Jimenez, invece di fare la valigia e tornare a casa vince di rimonta contro l'Ecuador. E il calcio si ostina a sottrarsi alle analisi dee radiodecarcio: quand'è il momento di giocare, hai voja a dì questo è forte, ce l'ho al fantacalcio...

La sfida di Veltroni per battere la paura

27 giugno 2007

sereni, noi siamo sereni


Così vai via, Matteo Sereni. Sarebbe stato onorevole (per te, per noi) salutarti come l'augusta penna dell'Amenta fece per il prode Pecorino Pancaro, che non so se ritrovi sulle gloriose strade che vai a percorrere. Un amore mai sbocciato, che peccato. Aver avuto in rosa per anni uno dei primi cinque portieri del mondo, e non poterselo godere manco per cinque minuti. Non poterlo ammirare nella quasi sempre ferrea presa, nell'in genere impeccabile piazzamento, nella grande in quasi tutte le circostanze reattività tra i pali, nella continuità, nell'equilibrio, nella capacità di fare spogliatoio, di sacrificarsi, di attendere il proprio momento per mettersi in luce e reclamare un posto al sole. Arrivasti dall'Ipswich Town, te ne vai al Torino. Ci hai guadagnato, adesso dacci dentro. E quando ci incontreremo sul campo, cerca di essere ancora una volta all'altezza di te stesso.

Boninsegna


Nel quasi-tradizionale appuntamento di Poggibonsi con il poeta Fernando Acitelli, sul palco sono Boninsegna e Antognoni. Bonimba è uno spettacolo, più tosto delle mura del Cassero. Invecchiato pochissimo (è oltre i sessanta) racconta di come mangiava gli allenatori, mentre alle sue spalle scorrono immagini di poderose acrobazie, stacchi fieri, battaglie con i difensori senza esclusione di colpi e gol come piovesse, naturalmente. Racconta con semplicità di Valcareggi che non lo voleva far giocare, di Scopigno che era un allenatore-lavativo che leggeva molto bene la partita, di Accacchino Heriberto Herrera silurato da una riunione di "anziani", di Trapattoni che non azzeccava una sostituzione. Racconta di quando gli toccò passare alla Juventus e non voleva. Chiamato da Fraizzoli che era in spiaggia, a Forte dei Marmi, venne convinto dalla minaccia: o vai o smetti. Andò di malavoglia ma non se ne pentì: vinse due scudetti e partecipò alla memorabile stagione della Juve da 51 punti, anche se brontola che ancor oggi ci sono degli interisti che glielo rinfacciano. Ricorda con perfidia che Anastasi, scambiato con lui dall'Inter, dopo la prima stagione era già stato dirottato ad Ascoli. Una rivincita verso chi gli era stato spesso preferito anche in nazionale. Bonimba è anche l'uomo della lattina: fu lui a beccare un barattolo in testa la sera dell'allucinante 7-1 subito dall'Inter contro il Borussia Monchengladbach in Coppa dei Campioni, partita ripetuta e condotta in porto con uno 0-0 garantito da una prestazione da urlo del giovanissimo Bordon. Si commuove, Bonimba, quando ricorda Facchetti. Racconta, commenta brillantemente le immagini, testimonia del tempo in cui non esisteva Sky e a calcio si giocava bene, anche se non era ancora arrivato Totti a inventarlo. Avercene oggi, come Boninsegna. Un solo scudetto vinto con l'Inter, gol segnati a centinaia. Sullo schermo, le maglie granata del Toro di Radice che avanzano come una marea, in un derby. Il Toro faceva il fuorigioco e dominava, quando eravamo adolescenti. Bei tempi.

L'attesa è finita

Il pensiero corre a quelli che non ce l'hanno fatta ad aspettare. Ma l'annuncio c'è: domani sarà il grande giorno. Il nuovo sito della S.S.Lazio, fulcro di un progetto di comunicazione che lèvete, vedrà la luce domani, non so se dalla mezzanotte o che, poi m'informo. Insomma, il fatto è importante per tutti quelli che si sbattono sul web laziale da anni. Sempre popolatissimo, sempre in polemica intestina, all'inseguimento di Lazionet che in un certo senso ha fatto da apripista su diverse strade e ha avuto momenti di grande successo vero, stando davanti ai siti ufficiali di diverse squadre di serie A che vanno per la maggiore. La possibilità di distribuire contenuti multimediali originali non nasce oggi, ma l'importante è mettersi al passo con i tempi, tenendo presente che ci si guadagna sicuramente d'immagine e ci si può fare un minimo business. Insomma, col sito non si comprano i centravanti, ma ci vuole almeno un sito per cominciare a viziare i tifosi, che non hanno molto su cui sfogare la propria passione: non riviste ufficiali degne di questo nome, non match program, non gadget belli a buon mercato, non cose da comprare tipo libri, memorabilia, carabattole, figurine, spillette, cianfrusaglie varie. La Lazio riprende la comunicazione: questo può essere solo positivo. Speriamo il sito sia bello (da una foto di sguincio che ho visto pare un po' troppo simile a Lazionet, ma può darsi che io sia in errore...).


Aggiornamento: l'ho visto.
E' decisamente in progress, diciamo.
Confermo l'eccessiva somiglianza "di massima" con Lazionet (c'è addirittura lo scorrevole con le news, in pensione da anni sul vecchio sitone). Insomma, si può solo migliorare, forza. Sono curioso di vedere myLazio...

A vent'anni dal terrore


Al termine di un'estenuante stagione, la Lazio cominciava il minitorneo di spareggi per evitare la serie C. Era il 27 giugno 1987, e i biancocelesti avevano patito, l'estate prima, le pene dell'inferno. Nello scandalo delle scommesse-due era stata retrocessa, la Lazio, per responsabilità oggettiva: Vinazzani faceva parte della ganga, non c'erano partite truccate che riguardassero la Lazio ma la sanzione fu tremenda lo stesso. La CAF resuscitò poi la Lazio all'ultimo secondo. In B ma con nove punti di penalizzazione. S'era appena insediata la nuova proprietà, raccattati i libri dal tribunale fallimentare. I fratelli Calleri, col socio romanista Bocchi, non potevano partire peggio. Fascetti tenne unita la truppa e riuscì a rimanere a galla in un campionato micidiale. Dopo 38 partite, tra la prima classificata e la diciannovesima c'erano appena tredici punti di distacco... La Lazio acciuffò con il famoso gol di Fiorini gli spareggi. Era il 21 giugno. Il 27 in campo al San Paolo di Napoli, con carovana di macchine sull'autostrada e sconfitta atroce contro il Taranto: un gol di De Vitis, c'è chi lo ricorda in fuorigioco, a metà del secondo tempo. Lo sconforto più nero e la C a un passo. Taranto-Campobasso da giocare, in attesa della seconda gara, contro i molisani, per agguantare la salvezza. Mi ricordo la sensazione d'impotenza e di desolazione alla fine della partita. Ma anche la convinzione intima (figlia dell'incoscienza del tifoso) che non sarebbe finita con la retrocessione. E intanto i contratti erano in scadenza al 30 giugno e non si sapeva chi avrebbe giocato e come: era un altro calcio. Quando si rimpiange quella stagione mi viene da ridere: quella Lazio era poca cosa, come valore tecnico, anche se raccontava delle belle storie. Qualcuna ce la ricorderemo qui sopra.

Aspettando un portiere/3. Bob Lovati

Da 52 anni Roberto Lovati, milanese di Cusano Milanino, fa la sua parte per sostenere le sorti della Lazio. Preso dal Torino nella stagione 1955/56, ha militato per sei anni da giocatore con la squadra biancoceleste, per passare poi ad altri ruoli. Ha fatto di tutto: calciatore di grande attitudine, allenatore in prima e in seconda, osservatore. Un uomo alto e elegante, dai modi affabili. E' stato il primo portiere laziale a vincere una competizione importante: la Coppa Italia del 1958, arrivata a coronamento di una lunga fase aurea per la Lazio, che doveva chiudersi, di lì a poco, con la prima retrocessione in B. Lovati smette proprio alla fine dell'infausta stagione 1960/61: da due anni ha perso il posto da titolare, non l'amore per la Lazio, dalla quale non si separa più. Si ricorda per la bravura nelle uscite. Poco fortunato in nazionale (esordì a Zagabria in una delle storiche disfatte degli azzurri, 1-6 contro la Jugoslavia), è ricordato anche per i duelli con il brasiliano Da Costa nel derby. Per la verità di questi duelli serbano miglior ricordo i romanisti. E' stato chiamato a guidare la squadra biancazzurra in alcuni storici momenti di difficoltà: quando il male strappò alla panchina Tommaso Maestrelli, nel finale della stagione 1974/75, per esempio. A lui un posto d'onore nella storia della Lazio spetta di diritto.

26 giugno 2007

Le querele di Moncalvo

E' arrivata la prima condanna.
Su Pandemia.
L'insulto libero non è possibile. Manco via blog. E lo dico senza entrare nel merito della vicenda, ci mancherebbe pure.

Aspettando un portiere/2. Sentimenti IV

Quarto dei cinque fratelli Sentimenti, esempio (raro) di giocatore di cui la Juventus si disfa prima che abbia dato il meglio di se. Perlomeno questo diceva il luogo comune, una volta, oggi bisognerebbe aggiornarlo un po'. Sentimenti era portiere bravo con i piedi: per questo segnava qualche gol (su rigore, ma anche su azione quando si trovò a giocare all'ala per un infortunio, nella Juventus), oltre a fare grandi cose in uscita. Fu portiere della Lazio dal 1949 al 1954, nella stagione in cui i biancocelesti aspiravano a inserirsi stabilmente tra le grandi (impropria la definizione di "quarta grande", visto che il Torino era all'indomani della sciagura di Superga, ben saldo nel cuore degli italiani, e che la Fiorentina arrivò a vincere lo scudetto a metà degli anni 50, sfiorandolo in altre occasioni e innervando la nazionale di quegli anni, che per la verità non era molto ben messa). La Lazio di Sentimenti IV (e dei suoi fratelli) è una buonissima squadra che, anche grazie al suo superportiere, ottiene qualche bel piazzamento in campionato. Il popolare "Cochi", però, diventa una leggenda. Con la quale si misurerà il nuovo portiere della Lazio. Prima di Cochi, ci furono gli anni di Gradella, dopo si aprì l'interminabile era di Bob Lovati, che dura ancora.

25 giugno 2007

Lotito e i contratti

(de mauro)
con|tràt|to
s.m.
1 FO TS dir., accordo formale di due o più parti per costituire, modificare o estinguere un rapporto giuridico; estens., il documento che contiene tale accordo: firmare, stipulare, concludere, sottoscrivere un c. | estens., patto, accordo


L'ultima bizzarria di Claudio Lotito è la pretesa (inusitata per il mondo del calcio) del rispetto degli accordi sottoscritti. Un contratto è un contratto, dice the President. L'avemo firmato liberamente, epperciò, me possino cecamme, io lo rispetto. Lo rispetta, Lotito, come no. E pretende che l'altra parte lo rispetti pure lei. Così nascono i tormentoni sui contratti da rinnovare, dove inzuppa il pane la canea dei detrattori spinti del presidentissimo laziale. L'anno scorso le proteste furono molte, centrate soprattutto sui contratti in scadenza non rinnovati dal boss laziale. Quest'anno la questione riguarda Rocchi. Il miglior giocatore della Lazio ha sottoscritto un contratto fino al 2009 (cioè, ha davanti altre due stagioni da fare) ma vorrebbe un riconoscimento per quanto di buono ha fatto, anche in considerazione delle proposte che gli arrivano da Firenze e da Barcellona. Lotito non ci pensa nemmeno, non alle cifre che propone Tommy Gol. Cerca di far passare il principio rivoluzionario che il contratto tutela tutti, non solo i calciatori e gli esosi procuratori. E tiene duro. Alcuni si scandalizzano, ma dovrebbero scandalizzarsi del contrario. Insomma, Rocchi è triste, ma gli toccherà rispettare i patti. Alla peggio se ne andrà a scadenza. Gratis. E questo è un altro punto interessante, perché se si cominciano a rispettare i contratti, a parte il fatto che per i procuratori i tempi si fanno meno ricchi, per il mercato è terremoto. Sì, perché se i giocatori si muovono a scadenza, spariscono gli indennizzi e il valore dei contratti scende ancora di più. Un altra puntata della rivoluzione del "moralizzatore". La voglia di andar via di Jimenez, che ha passato la gran parte della carriera fuori rosa, non avendo compreso il significato di "contratto", in italiano, è un segnale: ai calciatori non conviene trattare con Lotito, se non vogliono trovarsi "prigionieri" delle carte che firmano. I contratti, per ora, sono garanzie se giochi male, carta da culo se giochi bene. Qui qualcuno cambia le carte in tavola. Pericoloso...

Il nuovo che avanza


Domani.
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No, eh?
L'avanzo nuovo?
Avanzo un uovo?
Il nuovo caapanza?
(wado)

La RAI intercetta e abbatte la navetta Shuttle


Che figuraccia, il TG1. Una notizia data "de corsa": esplosione in volo per la navetta Shuttle appena partita, sette gli astronauti a bordo. Mììì. Segue smentita imbarazzata: la partenza dello Shuttle è stata regolare. E' che mancava la regolare verifica...
Dall'Attivissimo disinformatico, con tanto di filmato

Aspettando un portiere: 1/Ezio Sclavi

Un modo per sollecitare la massima attenzione degli operatori che cercano un portiere all'altezza dell'arduo compito di sostituire Angelo Peruzzi alla Lazio, è mettere mano al librone della tradizione, spolverarlo e tirarne fuori qualche grande nome che abbia difeso i pali della porta biancoceleste nel passato. Ezio Sclavi è una figura per molti versi leggendaria, dal punto di vista sportivo. Arrivò a Roma per il servizio militare da Stradella (Pavia) nel 1923. Cominciò a giocare nella Lazio e se ne innamorò (lo fa, la maglia, lo dice sempre Felice Pulici). Congedato, Sclavi riuscì a tornare a Roma (dopo un anno passato alla Juve da riserva) e a difendere la porta della Lazio, fino ad arrivare alla nazionale. Esempio di abnegazione, di lui si ricorda la famosa gara di Alessandria, dove, nel 1931, giocò la parte finale della partita con la testa completamente fasciata per due diversi colpi ricevuti. Erano anni avventurosi per i portieri: Sclavi si segnalava, però, anche per la sua bravura nel ruolo. Nel 1933 un infortunio al menisco lo mise ai margini. La Lazio lo mollò senza attenderne la guarigione, lui, disperato, smise di giocare a trent'anni e se ne andò volontario in Africa, da cui tornò dopo la guerra. Si dice avesse anche talento da pittore. Morì nel 1968, a 65 anni, passato alla storia come il primo portiere laziale ad aver giocato in nazionale.

23 giugno 2007

Caccia al portiere

Nel nuovo calcio globale vengono messi di continuo in discussione alcuni luoghi comuni che poggiano su una solida tradizione. I migliori portieri, storicamente, sono stati espressi da alcune "scuole" più o meno classiche. Grande tradizione hanno l'Italia, la Germania, la Spagna (Zamora, con Jascin, incarna la figura del "portiere" per antonomasia). Anche l'Inghilterra, l'Austria, la Repubblica Ceca, la Svezia, la Polonia, il Belgio, il Portogallo. Alcuni paesi sembrano indietro in questa ipotetica classifica. A parte i racconti di Osvaldo Soriano (memorabile "El gato" Diaz, quello che non parò il rigore durato una settimana), anche l'Argentina vanta un certo numero di portieri importanti. Strano però che mezzo mondo si affanni dietro a due giovani argentini, in questo mercato estivo. Carrizo e Ustari non sono neanche titolari nella nazionale ma risulta che siano al centro di un'asta di mercato che (forse) non è reale, se è vero che il tira e molla della trattativa con Lotito va avanti da parecchi giorni, senza che i superclub danarosi, interessati ai due giovani talenti, si facciano avanti per portarseli a casa. E sì che la penuria di grandi interpreti nel ruolo sembra senza precedenti. Saranno all'altezza dei grandi nomi del passato, questi due argentini dal futuro roseo, anzi biancoceleste? Chissà. Intanto Lotito aspetta che il prezzo scenda. E probabilmente ha ragione.

maestrelli, l'uomo che cambiò la storia

22 giugno 2007

ho sempre tifato per voi

Nel campionario delle frasi fatte per calciatori la sviolinata ai nuovi tifosi al momento del cambio di casacca è uno dei pezzi più importanti. Spesso si dice di aver tifato fin da bambini per quei gloriosi colori, anche se si viene dallo Sri Lanka e ci si tessera per il Pizzighettone. Sandrino Kolarov, però, è un po' più credibile degli altri, visto che viene dall'OFK, la terza squadra di Belgrado dopo Stella Rossa e Partizan, che sfoggia una bella maglia biancoceleste. Kolarov fa riferimento ai superserbi che hanno giocato e vinto con la Lazio dei recenti anni d'oro: Mihajlovic e Stankovic, ma anche Kovacevic, dunque, hanno acceso l'immaginazione del piccolo (insomma, 1,87 x 84 kg, classe 1985) serbo, che brilla per la bravura nei calci piazzati (emulo di Sinisa) e approderà, dopo la finale degli europei under 21, alla corte di Rossi, che conosce già, tramite la TV. Della Lazio conosce i giocatori migliori e non vede l'ora di partecipare al derby. Anche questo era scontato. Il ragazzo ha studiato...

Nella morsa del caldo


E' palpabile la felicità dei giornali e dei telegiornali: le "città nella morsa dell'afa" e il "generale inverno" fanno sempre svoltare contenuti a buon mercato. La notizia, e il perché, e la perturbazione africana, e l'anticiclone, e la temperatura percepita, e gli immancabili esperti (ma chi sò?) che raccomandano di bere molto, di non esporsi nelle ore più calde e di badare a anziani, bimbi e cardiopatici. Che te lo dico a fà.
Attesa l'emergenza ozono, mentre incalza la siccità, a maggior ragione oggi, all'indomani del solstizio. Daje, che l'estate è un mozzico. Ma poi torna la morsa del gelo...

Flachi, sempre più dura

Salgono da 16 a 24 i mesi di squalifica per Francesco Flachi. La CAF ha deciso così, vai a capire se in ossequio a qualche direttiva internazionale o cosa. La cocaina è doping, come la cannabis. Per quanto non si prenda per alterare la prestazione. La sentenza è questa, ma dispiace per questo calciatore bravo, in qualche modo antico. Uno che ha avuto meno di quanto non potesse dalla propria carriera, e che a 32 anni si ritrova con questo problema e ai margini del calcio. E' giusto sanzionare chi si trova positivo all'antidoping, ma si ha come la sensazione (anche l'anno scorso, quando è successo a Bachini) che ci sia qualcosa che forse si può fare, di più, e non la si fa. Scaricare chi non rispetta le regole è giusto, aumentare la pressione su chi ha dei problemi, forse, è rimedio peggiore del male. Non si potrebbe inventare qualche azione di recupero interna al calcio, non so, alle federazioni, all'UEFA, cose così? Magari convertendo questa "forza" in azione antidoping, nel senso più ampio del termine?

La lezione di Mourinho



"I giovani giocatori sono un po' come i meloni - ha dichiarato Mourinho alla rivista ufficiale del Chelsea -. Solo quando apri e assaggi un melone sei sicuro al 100% che il melone è buono. A volte hai meloni belli che non hanno un gran sapore e altri meloni sono brutti, ma quando li apri hanno un gusto fantastico… Una cosa è il calcio giovanile, un'altra cosa è il calcio professionistico. Non è facile attraversare questo ponte, e devono giocare con noi e allenarsi con noi perché noi possiamo assaggiare il melone".

uefa.com

dietrologia



demauro.it

die|tro|lo|gì|a
s.f.
CO ricerca, talvolta esasperata, dei fatti occulti che starebbero dietro a un evento o di quanto si nasconderebbe dietro le azioni e le parole altrui.


La dietrologia può diventare una brutta malattia, se non si sta attenti a non abusarne. Per un giornalista può sconfinare nel dietrismo, e poco male, il rischio è il ridicolo ma lo si rischia in proprio. Per una persona eccedere nella dietrologia ad uso privato può causare inconvenienti spiacevoli. Uno dovrebbe stare attento al giusto mix: non limitarsi a guardare solo quello che ha davanti, non pensare neanche che quello che non si vede sia l'unica cosa che conta. Chi si pone in rapporto con gli altri dovrebbe ricordarsi, poi, di dissimularla almeno un po'. Se qualcuno ci dice che piove, prendiamo in considerazione, anche solo per un momento, l'ipotesi che lo dica semplicemente perché sta piovendo. Poi, semmai, valutiamo l'opportunità che lo stia facendo per qualche arcano motivo o per qualche imperscrutabile disegno perverso. Non sempre si può percorrere la traiettoria più breve per andare da un punto all'altro, è vero. Ma una mente sana dovrebbe valutare per primo il percorso più semplice, secondo me. E in ogni caso considerare quanto poco rispettoso sia il sondaggio esplicito delle (possibili) intenzioni altrui, quando ci si trova di fronte a un'istanza di qualunque tipo. Quanto poco si consideri il pensiero altrui, se si ritiene che sia una semplice maschera che nasconde chissà quali intenzioni.
Una cosa che ho imparato, da tempo, è che accorciare le distanze (cioè reagire male davanti alla dietrologia) in frangenti come questi viene considerato come un comportamento deviato, come lacerare un velo che nasconde qualcosa di innominabile, di privato. Ma io se qualcuno fa esercizio di dietrologia su qualcosa che dico non lo tollero. Non lo sopporto. Non mi sta bene. Perlomeno, abbia la creanza di tenerselo per se, dico. Certamente chi lo fa non è mio amico. Sembra un comportamento aggressivo, ma in realtà sto solo cercando d'imparare a mettermi a specchio. L'aggressività altrui rimbalza che è un piacere.

C'era una volta il Verona


In piedi da sinistra: Bagnoli, Elkjaer, Sacchetti, Garella, Spuri, Briegel, Fontolan, Lonardi; seduti da sinistra: Tricella, Volpati, Galderisi, Marangon L., Fanna, Di Gennaro; a terra da sinistra: Donà, Bruni, Turchetta, Marangon F., Ferroni

Basta guardarli in volto per riconoscerne parecchi. Erano degli ottimi giocatori, fusi in un gruppo perfetto da un allenatore particolare come Osvaldo Bagnoli. Ventidue anni fa, dopo un paio di stagioni da squadra-rivelazione, quel Verona vinse lo scudetto. Nella storia del campionato a girone unico è l'unica città non capoluogo regionale ad esserci riuscita. Uscendo dal circuito metropolitano, l'impresa è riuscita al solo Cagliari di Gigi Riva. Al più ci si può aggiungere la Sampdoria di Roberto Mancini. Il capolavoro di Bagnoli sta anche nel fatto che non ci si ricorda di questa squadra legandola a un singolo calciatore. Certo, le esplosioni fragorose di Preben Elkjaer (Larsen) non si dimenticano, ma quel Verona era una squadra. Ne parlo oggi, all'indomani della retrocessione in C (dopo 64 anni) di quel che resta del Verona, perché credo sia meglio fare riferimento a una bella immagine, che in qualche modo sia di buon augurio. L'amarezza che ho sentito nelle parole dell'allenatore, dispiaciuto per il pubblico che è stato vicino alla squadra e desolato per il poco che la stessa ha saputo dare, è il giusto commento per una brutta pagina, in un calcio che si racconta sempre con registri opposti che si sovrappongono. La tristezza degli scaligeri è la gioia degli spezzini. Ma ogni "grande" che scende nell'abisso è un colpo al cuore del calcio. Per chi lo ama ancora.

21 giugno 2007

Bono Vox al G8

Warden riprende un commento di Brendan O'neill sull'arroganza della celebrità e, nello specifico, sul delirio di onnipotenza di Bono Vox, nona potenza nazionale a sedere al G8 o quasi. Gustatevi il siparietto sulla cazziata di Bono a Prodi. Bono must die sarebbe solo un buon inizio. Non so dargli torto, magari evitando che perisca proprio. Il problema è che non c'è solo Bono, o Geldof, o Angelina Jolie, o che. Ci sono pure i Beppegrilli, sul fronte della celebrità che invade certi territori.

Reportedly, Bono and 'his people' even managed to swing certain states to their way of thinking. At a 'very, very tense meeting' with Romano Prodi and the Italian delegation, Bono accused the Italians of 'over-promising and under-delivering' on aid for Africa. The singer became so frustrated by Italy that he and his team got up to leave, pompously declaring 'We've got to go and meet the president of France'. The Italians pleaded with Bono to wait, disappeared around the corner, and then came back with a new proposal on aid contributions. Bono was pleased, describing it as a proposal 'which may turn Italy around' (8).

Processo alla Gea

E meno male che comincia proprio ora questo processo, altrimenti avrebbero ripreso fiato i comitati per la difesa di Moggi. Forza, Palamara, e chi ha sbagliato paghi.

Da Gazzetta.it

IL SISTEMA GEA - "O mi dai la procura o in una squadra importante non giochi". Palamara, nella sua presentazione delle prove nell'apertura del processo per la vicenda Gea World iniziato stamattina davanti alla decima sezione penale del Tribunale di Roma, ha riassunto così il sistema sul quale si basava l'ormai scomparsa società di agenti di calciatori. «Questa squadra importante era appunto la Juventus- ha continuato Palamara - nella quale Luciano Moggi ricopriva la carica di direttore generale: Luciano Moggi, padre di Alessandro il quale aveva fin dall'inizio un ruolo apicale nella Gea World". Palamara è partito da lontano: "Questo procedimento - ha detto il rappresentante dell'accusa - trae origine da un altro, quello sul cosiddetto doping amministrativo originato da un esposto del presidente del Bologna calcio (Giuseppe Gazzoni Frascara, ndr). Nel corso di questo procedimento, dal quale sono risultate alterazioni dei bilanci tramite plusvalenze per le quali sono ora imputate Lazio e Roma, ascoltando procuratori e direttori sportivi, è venuto fuori il potere di una società, la Gea World, che aveva come scopo quello di acquisire più procure possibili di calciatori e tramite esse condizionare il mercato calcistico e la gestione delle società. In questo modo di fatto venivano lese le legittime aspettative degli altri procuratori. Ricordo che la Gea World era nata nel 2001, con la fusione tra la Football Management che si occupava di procure e la General Athletics che seguiva l'immagine degli atleti. Con questa fusione era nato il potere della società: un sistema perverso che danneggiava gli interessi della concorrenza".

Vent'anni fa, Fiorini


Aveva gli occhi grandi, Giuliano. Grandi e profondamente cerchiati, come se non avesse dormito. Come se avesse passato la notte in qualche bar. Con quegli occhi aveva visto schizzare la palla e si era avvitato su sé stesso, toccandola con un colpo secco, da biliardo, i tacchetti che mordono l’erba e lo sguardo che la segue mentre gonfia la rete, abbattendo l’incubo di Dal Bianco, portiere vicentino paratutto che per la Lazio ha il volto della serie C. La rete che si scuote e Giuliano che corre verso la curva con gli occhi sgranati e il volto di chi te lo vuole raccontare. Ragazzi, ho segnato, ho fatto gol. Siamo salvi. Ce la possiamo fare. La gioia che esplose nelle centomila ugole dell’Olimpico, ma anche nei cuori biancocelesti rimasti a casa. Il pianto dirotto documentato dalla televisione rampante del tempo, strappato al campo nella bolgia finale, raccontava di un uomo che sapeva di aver restituito alla gente laziale la speranza, di aver cambiato il destino con un solo tocco, una zampata rapinosa, da centravanti di razza come Giuliano era, anche se le strade del calcio l’avevano portato, alla fine, lontano dalle grandi ribalte immaginate a inizio carriera. Quel giorno Fiorini faceva di più: scriveva il suo nome nel cuore della gente, entrava nella memoria dei tifosi della Lazio per rimanerci per sempre. Nessuno potrà mai dimenticare l’epilogo di quel Lazio – Vicenza e la limpidezza degli occhi di quel semplice calciatore emiliano, che aveva girato per l’Italia fino a quel giorno e avrebbe continuato a girare, da mestierante, per guadagnarsi di che vivere e spendere gli ultimi spiccioli di carriera. Giuliano Fiorini è mancato sempre ai laziali, fin dal primo giorno. Ognuno ha conservato il ricordo grato di quel gesto. Che ha significato redenzione, nell’immaginario laziale, ben più che il gol di Poli che risolse i successivi spareggi e diede alla Lazio la certezza di evitare la retrocessione in serie C. Nella terribile notizia della morte di Giuliano sta il retrogusto dolce della sua carriera: eroe vero, quanto e più di tanti campioni celebrati. Eroe semplice e senza spocchia. Che di lì a poco prese le sue cose e si fece da parte, perché la Lazio si attrezzava per tornare grande. Il cammino verso la ritrovata grandezza partiva proprio da quel gol. E la gente non lo ha dimenticato.


Il 21/6/1987 con un gol di Fiorini la Lazio batteva all'Olimpico il Vicenza e acciuffava per un pelo gli spareggi per evitare la retrocessione in serie C. A Napoli, in un girone a tre con Taranto e Campobasso, La Lazio evitò l'onta della retrocessione nell'ultima gara, battendo i molisani grazie a un gol di Poli, dopo aver perso il primo spareggio contro il Taranto.

il nuovecchio Veltroni


Fatta salva ogni considerazione sull'opportunità o meno di scendere in campo, tenuto in saccoccia ogni dubbio sui tempi, i modi, l'opportunità e che, tenendosi fuori dalla polemica sulla politica vecchia e via discorrendo, la cosa che mi viene in mente è: ma perché Veltroni sembra nuovo se "scende in campo" quando gli altri se ne vanno "in pensione"? E se gli anni migliori (a seconda dei punti di vista, ovvio) li avesse dedicati a fare il sindaco di Roma? E' difficile non applaudire quando parla e non provare simpatia. Ma Roma è una tragedia, basta farsi un giro per mettersi le mani nei capelli. Piena di problemi come non mai. Adesso va bene tuttotuttotutto, ma non credo sia tutta colpa mia, che ce sto quattro-cinque giorni a settimana...

fatahmas

Riquelme, il Mago (quello vero)


Si fa presto a dire mago. C'è chi si merita, però, l'ambito epiteto con i fatti, più che sulla parola. Juan Romàn Riquelme a 30 anni porta il Boca all'ennesimo trionfo, conquista la sua sesta Libertadores con una doppietta del popolare "Mudo" e si prepara ad affrontare il Milan per l'intercontinentale. Riquelme ha tutti i requisiti per essere considerato un grandissimo. Nasce come Maradona nell'Argentinos Juniors, si afferma come lui nel Boca, sbarca in europa nel Barcellona con in tasca il pallone d'oro sudamericano. In catalogna qualcosa va male: Riquelme riparte da Villarreal dove si toglie molte soddisfazioni, prima di tornare in patria a guidare il Boca all'impresa di stanotte contro il Gremio. Regista lento ma eccezionalmente dotato, portato al gesto "bello", grandissimo sui calci piazzati, colonna della nazionale argentina, Mago. Complimenti.

adios, Gimelli


Arrivò che era estate. Si confuse con la massa di ritorno da Ostia, lui che a Ostia giocava. Era stopper, si diceva, costato due soldi. In tre anni nessuno l'ha visto mai, a parte la rassicurante lettura del suo nome nel tabellino delle partitelle d'allenamento. Da quando era stato allocato al Lanciano tirava una brutta aria. Poi Lucas Correa, Maradona teatino da Rosario, viene rapito dall'aquila biancoceleste che lascia lui a parziale risarcimento. E oggi la comproprietà si definisce. Gimelli è del Lanciano. Senza che noi lo si sia potuto vedere. Un po' ci spiace. Ma siamo contenti per il Lanciano, ehehe

20 giugno 2007

Certo che la Juve...

Almiron, Miccoli, Tacchinardi, Molinaro, Tiago, Criscito, Nocerino, Grygera, Salihadzimic e Iaquinta. E capaci di arrivare ancora a Maresca, o addirittura a Gilardino. In mano i soldi dell'aumento di capitale. Scarsi non sembrano proprio...

Le finte plusvalenze dell'Inter


Ovvero la scoperta dell'acqua calda. L'artificio della finta plusvalenza è prassi vecchia come il cucco nel calcio italiano, e si affianca alla virtuosa pratica della plusvalenza vera per puntellare asfittici bilanci di multinazionali pallonare in perdita. Il giochetto è semplice: Si vende a 30 milioni un giocatore costato niente, s'iscrive in bilancio la plusvalenza (30-0=30 milioni puliti) e il rosso bilancio annerisce quel tanto che basta. In cambio si accetta in pagamento un altrettanto valutato giovane carneade, che sistema l'altrui traballare. Da almeno quindici anni il giochino va avanti, in barba al vincolo della veridicità nella contabilità, quando non facendo riferimento a calciatori neanche esistenti. Lo sapeva chiunque, come poteva non saperlo la Covisoc è un mistero. Anzi, la Covisoc, vigilando sui requisiti economici delle società per stabilire se erano iscrivibili al campionato, avrebbe dovuto scoraggiare l'abusata pratica. Invece adesso lamenta che l'Inter ha superato l'asticella con le molle ai piedi. E le altre mille storie passate, che coinvolgono tutti i club che vanno per la maggiore? Le diamo al gatto, quelle? A che si doveva la cecità di allora, a cosa l'improvvisa reattività di oggi?
Non per recriminare, ma per chiedere: di chi è la responsabilità? Perché certe cose sono state permesse? Domande, domande.

voglia di verità su Pasolini


da corriere.it:

19 giugno 2007

rai su youtube


Un super Rezza sul canale della Rai su Youtube.

1982 o 2006?

Il Messaggero lancia il sondaggio: meglio la vittoria del 1982 o quella del 2006? Ora, a parte che per il tifoso le vittorie sono tutte vittorie, è vero che le differenze di fondo sono grandi. Entrambe le nazionali hanno superato delle difficoltà extracampo, anche se diverso problema rappresenta lo scetticismo della stampa nel 1982 rispetto alla melma montante di calciopoli 2006. Il paragone torna utile, a bocce ferme, proprio a far risaltare il fatto che in 24 anni è molto cambiato il rapporto tra italiani, tifosi, calciatori, addetti ai lavori, giornalisti e nazionale. La nazionale era il sogno degli italiani, l'argomento principe in fatto di calcio, il massimo. Oggi è secondaria al campionato per tutti, e fa notizia solo in certe circostanze. Molti giocatori affermati la vedono come un fastidio, le stesse autorità calcistiche circoscrivono il raggio d'influenza delle nazionali che esistono come veicolo di propaganda calcistica ma sono in grande ribasso. Da noi più che altrove. Tornando in tema, meglio il 1982 perché l'Italia stravinse giocando bene. Nel 2006 meno, rubacchiando anche qualcosa in finale. Lo spartiacque, nel cuore dei tifosi ma non solo, passa per la nomina di Sacchi alla guida tecnica. Italia 90 fu fenomeno popolare, USA 94 fu vissuta con molta meno gioia. La cosa che salta all'occhio, oggi, è quanto meno "spinga" la nazionale rispetto all'82 sul piano della promozione del calcio. Totti Gattuso Cannavaro Materazzi Buffon eccetera sono eccellenti veicoli pubblicitari, ma di prodotti vari più che di calcio. E forse questo dipende da una certa incapacità dell'istituzione calcistica italiana. Che oggi come allora si è dimostrata inferiore ai propri rappresentanti in campo.

il suazo rapito

Non stupisce la dinamica, vista decine di volte, con cui Suazo finisce al Milan invece che all'Inter. Cellino fa i suoi interessi, già la settimana scorsa aveva detto che l'attaccante poteva anche finire alla Roma, se fosse stato per lui. E in ogni caso situazioni di vaga scorrettezza come questa fanno la storia del calciomercato, dunque non c'è niente di cui stupirsi. E' divertente il fatto che la cosa faccia molto più notizia che il passaggio dello stesso attaccante all'Inter. E che la notizia stia nel sottile godimento che si prova, chi a lingua sguainata chi no, a vedere il furbo che defrauda il pollo di qualcosa. Naturalmente la pollaggine dell'Inter è relativa: sono polli in rapporto al Milan, cercano di fare i furbi in rapporto agli altri. Resta il fatto che un acquisto passato come normale (ed era un bel colpo) diventa una specie di colpo del secolo (e resta un bel colpo). E se adesso l'Inter annunciasse Eto'o?

senza nun pozzo (u)stari

Sfogliando la margherita del portiere, la Lazio, cerca cerca, arriva a Oscar Ustari, talentuoso, introverso, giovane (21) e gagliardo. L'Independiente de Avellaneda vuole 10 milioni: il ragazzino va a fare la Coppa America con la nazionale e, a conti fatti, costerebbe più di Carrizo, per il quale le pretese calerebbero di qualche spiccio. Alla richiesta di prestito di Lotito hanno risposto con del mate. Alves la terza via per la scelta esotica del portiere biancocelè. Oscaretto, intanto, sogna il Barcellona. Chi non lo farebbe? Io mi frugo la memoria ma non riesco a ricordare un portiere straniero nel passato della Lazio, a parte il breve soggiorno di Handanovic. Mi sa che alla fine arriva tutt'altro. Amelia?

cholitas

18 giugno 2007

gallina vecchia...

Fernandone è senza contratto e volentieri tornerebbe all'ovile. Noddico. Vabbè che visto Raggi all'opera... C'è Ballotta che libera tutti, ma pure il capellone mica ci va liscio: il 2 agosto sono 38, e non è uno scherzo per uno che fa le capriole dopo aver segnato. Mi ritorna in mente che lo si prese come "accessorio" del pelatiño De La Peña, che poco ha combinato e molto ha preteso, distinguendosi per la messa in mora finale da vero galantuomo. Un contratto è un contratto, d'altra parte. Così pensa Lotito, alle prese con le voglie di Rocchi. Problema comune a altri presidenti, ma non sempre mal comune è mezzo gaudio. Intanto prendono fiato i detrattori del presidente hablante: mugugni a destra e a manca e di arrivi di livello nemmeno l'ombra. Ma come sempre c'è troppa fretta. Da qui ad agosto c'è tempo per recuperare.

Captatio benevolentiae

Giunge alla presentazione ufficiale sei minuti dopo lo scudetto della Mens Sana, che farà vorticosamente girare i coglioni a un gran numero di tifosi della Robur. Si annuncia con una dichiarazione che ci mancava facesse pestando una merda: dopo il Palio e il Basket, a Siena viene il calcio. Oggi gliele danno.

Jimenez va, anzi no. Forse. Ma. Se. Si. No. Bah. Boh.

Luis Diego Armando Arantes Do Nascimento Jimenez esplode fragorosamente nel gran rifiuto. A Roma nun ce torna, insomma, è già d'accordo con qualcun altro ma non si sa con chi, anche se s'intuisce. Benedetto ragazzo, in quattro mesi ha strusciato palla poche volte, ma continua nella convinzione incrollabile di essere un dito sopra Ronaldinho. Ha passato i molti anni in Italia tra campi di serie B, panchine di serie A e inoperose soste trascorse fuori rosa, ma rinuncia alla nazionale cilena, insolentisce i compagni e salta la Coppa America per consegnarsi alla panca della sua squadra prossima ventura.
Diciamo che è mal consigliato, Luis Diego Armando. Diciamo così. Undici milioni, volevano, per riscattarlo.

aggiornamento: avrebbe ritrattato. Mah. Boh. Bah. (ecc.)

14 giugno 2007

La gran cascia

A lu suono della gran cascia
viva sempre lu popolo bascio
a lu suono de li tammurielli
so risuorte li puverielle.

A lu suono de le campane
viva viva li populane,
a lu suono di li viulini
sempre morte a' giacobini.

Web 2.0? No, lavoro 2.0


Per far circolare le idee bisognerebbe che si cominciasse ad averne di chiare. Non c'è penetrazione del web nelle aziende, in Italia, perché la cultura del lavoro è particolare, l'organizzazione non è standard ma si modula a seconda delle circostanze e non c'è nessun indirizzamento verso la qualità. Così diventa difficile immaginare un utilizzo possibile di un nuovo mezzo di comunicazione che serva, non so, a far circolare le informazioni e a incrementare la qualità del lavoro, aumentando gli scambi di conoscenza e dotando gli operatori di un solido supporto di comunicazione. Ai datori di lavoro interessa pochissimo: internet "in sé" è stata subita, vissuta con resistenza e ha avuto le sue difficoltà a essere digerita come mezzo, nonostante il costo relativamente basso. Infatti siamo indietro nel settore e lo saremmo molto di più se non fosse in atto un progressivo spostamento su internet della quasi totalità degli adempimenti amministrativi: le società si rapportano con gli enti e le pubbliche amministrazioni, ormai, quasi esclusivamente via internet. Ma non basta questo a produrre una tendenza all'allineamento a valori minimi di sviluppo. Non basta perché non è stato colmato neanche il solco precedente: siamo disallineati pesantemente già per quello che riguarda l'uso del computer. Ci mancano le basi.
Proporre alle aziende strumenti che aiutino a far circolare conoscenza e informazione equivale in molti casi a proporre bikini agli esquimesi. Bisogna lavorare molto con la divulgazione, ma le aziende e le pubbliche amministrazioni devono fare il grosso, determinarsi loro a fare, a capire se e come ci si può avvalere di certi mezzi per raggiungere i propri scopi.

neeskens


Quando gli olandesi inventarono il calcio totale avevano anche un prototipo di giocatore totale: Johan Neeskens. Un fenomeno, capace di attaccare, difendere, segnare, scolarsi barili di birra, litigare, fuggire in america, rinunciare alla nazionale dopo essere sbarcato dall’Ajax al Barcellona, e via così. Ma erano i ruggenti anni 70, non c’era manco l’antidoping e, insomma, basettoni e capelli lunghi la facevano da padrone. Così Neeskens impazzava nel ritiro delle meraviglie, dove i tulipani prendevano a calci, oltre al pallone, anche tutti i luoghi comuni del calcio. Macché ritiro, macché astinenza, macché numeri di maglia, macché ruoli fissi, macchè. Vi prendiamo a pallate e basta. Johan è un po’ una figura simbolica, perché comunque è rimasto giocatore incompiuto, come altri grandi talenti di quell’immensa squadra (Rensenbrink, per esempio, ma ne parleremo). A differenza di Cruijff e di Ruud Krol, che si consacrarono tra i grandi del calcio. Forse per spirito olandese, per cui rincorrere i piccioli è interessante quanto e più che giocare a pallone. Chissà. La magnifica cicala con la maglia arancione centrò due finali mondiali, incappando in entrambi i casi nel paese organizzatore. Perse a Monaco contro la tosta Germania di Muller e di Overath, perse a Buenos Aires più per l’arbitro Gonella che per Kempes e Ardiles. Perse pure gli europei del 76, contro Nehoda e Ivo Viktor, ma in semifinale. Insomma, una tragedia, ma anche un grande spettacolo. Dopo qualche problema di vita sregolata, Neeskens (mi pare) rientrò nel giro della nazionale, come assistente di Frankie Rijkaard. Era un’altra faccia del calcio su cui fantasticavamo, almeno io. Chi non si ricorda l’Olanda già qualificata per gli europei che venne a perdere volontariamente contro l’Italia, irridendo il nostro calcio speculativo con novanta minuti di passaggi orizzontali (melina) senza mai cercare di costruire un’azione? Segnò Capello, per la meno gloriosa delle vittorie, e per la più buia delle giornate di calcio. Per questo, abbagliato dal mito, allora li ammirai. Per questo, a distanza di ventisette anni, mi stanno profondamente sulle scatole. Perché potevano essere uno spot per la sportività, ma preferivano di gran lunga essere spocchiosi e antipatici come il loro straordinario capitano, Johan Cruijff. Perciò si sono meritati tutte quelle finali perse, affanculo. E gloria eterna.

Cambiare vento?

Insomma, il fatto che tutti facciano rotta verso il blog non può che essere positivo, in un certo senso. Nova100 del Sole 24 Ore, fatto con l'intervento di molti illustri bloggers, è un bel segnale perché se si muove il Sole c'è sicuramente chi gli va appresso, e sarebbe pure ora. Già da tempo molti dei più importanti siti italiani d'informazione virano verso il blog, rimodulando grafiche e contenuti. La strada da fare però è ancora tanta. Lavorando in un'azienda percepisco l'assoluta mancanza di ricettività rispetto al problema dell'informazione e del modo di accrescere la professionalità attraverso l'uso di certi mezzi. Bisogna distinguere tra settori d'attività e argomenti specifici, ma se si potesse quantificare la massa di utenti consapevoli rispetto al possibile uso per scopi utili alle aziende di mezzi come il blog i numeri sarebbero probabilmente bassi. Impietosi. Annichilenti. Ma forse il guaio dipende da prima, e bisogna cominciare dall'istruzione.

13 giugno 2007

La lista del Times

Il Times ha pubblicato una lista di 50 top blogs (ne parla Tina Spacey su Internazionale, riferendosi ad altro) facendo esplicito riferimento all'influenza sulle strategie delle corporations che le campagne orchestrate sui blog possono avere. Una cosa che qui è ancora molto lontana, senza nulla togliere ai migliori blogger nostrani. Ricordo di aver letto qualcosa da qualcuno, forse su Webgol o su qualche articolo, a proposito della capacità relativa in termini di letture che hanno i blog italiani, il che si traduce facilmente in relativa capacità d'influenza.
Mi sa che non è un buon segno...

cà nisciuno è Bush


Certo che figura che abbiamo fatto tutti quanti, convinti che a Albània gli avessero fregato l'orologio. Era lui che se l'era levato da solo, pensando che glielo fregassero. Il razzista. E noi con lui...

pagotto


Fu squalificato nel 1999, allora tesserato per il Perugia, perché trovato positivo alla cocaina. Si disse più o meno esplicitamente, col tempo dandolo sempre più per scontato, che fosse finito in mezzo a una situazione strana, con tanto di provette scambiate, a scagionare un compagno che stava per essere ceduto in un affare miliardario. Oggi Pagotto, nel frattempo approdato al Crotone, è di nuovo positivo alla cocaina. E allora non si sa che pensare...

generanomi

da qui la segnalazione di un generatore di nomi per future web 2.0 companies!

la prima dozzina:
Innospot
Planoodle
Photoworks
Photobean
Blogbridge
Skipfire
Innoify
Zoojo
Zoomdog
Youzone
Jetspot
Kiloo

kiloo non è male, ehehe

true colors

il pallone/1

E' ora di fugare ogni residua nebbia della consapevolezza. E' ora di colmare il vuoto dell'ignoranza con il pieno dell'informazione. E' ora di dare una solida base di conoscenza all'istinto irrefrenabile del commissariotecnicismo che ci pervade. Ecco il calcio spiegato ai dummies. Ma chi saranno, poi, sti dummies?
Il pallone è un oggetto sferico che dovrebbe avere un peso predeterminato, ma questo vale soprattutto per l’utilizzatore professionale. La simpatica sfera può avere diversa forma o colore, rimane però generalmente stronza e inaffidabile. Nel senso che quello che i giocatori ci fanno non riesce poi a tutti, ma di questo non si ha percezione mentre si guardano i giocatori farci quello che non ci fanno tutti. Il tifoso che maledice gli antenati di Ventola quando sbaglia un gol probabilmente non sarebbe in grado di colpire efficacemente un pallone, ma il bello del calcio sta proprio nel fatto che tutti possono atteggiarsi a tecnici senza saperne più di tanto. Il pallone ha una sua sensualità. L’avvento delle catene di grande diffusione di articoli sportivi (per non fare nomi, Decathlon) ha portato alcuni soggetti più deboli (vedi il sottoscritto) a sviluppare patologie che si esprimono con versi d’ogni tipo di fronte alle grandi ceste di palloni colorati. Toccarli, stringerli, strofinarseli addosso, annusarli, leccarli le manifestazioni più comuni, espressione di laido abbandono di ogni residua moralità. Ma questa è un’altra storia.

12 giugno 2007

Mandorlini al Siena

Male che vada, ci si faranno i ricciarelli