1 novembre 2008

San Giacomo

Mi fa trasalire solo il sentirlo nominare, visto che è lì che è morto mio padre.
Per quello che è successo, però, a dei pacifici manifestanti, non si può non indignarsi.
Bisogna indignarsi. Che la misura è colma.

11 luglio 2008

Estatiè


C'è un buco nero che si porta via il tempo, in quest'estate che si sta da schifo ad ascoltare il vento che ti canzona. Ho attraversato mezza Italia e mi sono sentito libero, ma torno a girare in tondo con quattro altri sfigati come me e mastico un po' amaro. Eppure la stagione prometterebbe vacanze e profumi. Arriverà agosto coi suoi cavalli e noi ce ne andremo altrove, magari all'Uccellina, visto che la Camargue la inquinano e al norte ci face freddo, la Tùrchia è più lontana di quanto non si possa andare e Roma comunque non avrà se non per poco di che arroventarci i calcagni. Mi agrappo agli stipiti per rallentare e mi deformo per la decelerazione. Venti giorni serviranno a far posare la polvere e ad aspettare che si faccia chiaro. E nel frattempo, si avanza a scrosci, trabocchi, ansiti e madonne. Protrusi ma felici.

8 luglio 2008

E' nato Blogtime



il magazine dei bloggers.
scaricatevillo

5 luglio 2008

salpammo


4th of July

4 luglio 2008

Ahò, che fichi

Allora annassimo alla sala corse quella der casino all’avignonesi, mpò più in là der messaggero. C’era st’amico ch’aveva risparambiato dù scudi e je dicevamo giochete sto cavallo bono, che er cognato der fattorino dell’atacche quello chii capelli panonti, caa sgrima e co tutta a forfora sur giacchetto, che bazzicava er genero der monnezzaro, aveva inteso che sto cavallo dice che era bono, sicuro. Ahò, che te credi che ciannavamo tutti i giorni a giocà a li cavalli? Ma che cazzo stai a dì, ma si nun c’avevamo na lira pe piagne, che a pora mamma passava e giornate sane a riccoje la cicoria ar pratone! Solo che ar pratone ce stava pure la banda de spugnetta, che sì te beccaveno da solo erano cazzi. Minimo minimo te corevano appresso e te toccava fa a botte, si ciavevi li sordi peggio che annà de notte. Eppoi che sordi ce potevamo avé? Già era tanto che magnavamo pasta e patate… Comunque si nun te facevi cioccà te potevi annà a riccoje la frutta in der giardino dee monache. Mortacci loro a robba che ciavevano! E bricocole! E cerase, ma quelle toste, no e visciole, li graffioni! Ammazza quant’ereno boni! E e persiche? Squisite! Na vorta ciavevo na fame che ncevedevo e me so magnato le cocce dee fave ppputo che SCHIFO! Ar sor Amilcare, invece, je piaceveno, see magnava co tutte e cocce. Pure i cachì che allappavano se magnava. A me me facevano venì na sete che pareva che m’ero magnato le sarache. Ansomma, pedditte annassimo all’avignonesi. Semo arivati aa stazzione termini cor C1, se semo comprati le fusaje da giggetto prima de partì a piazza dii mirti, poi quer cojone de Arvaro ha voluto pià er tranvetto e allora se semo separati. Comunque er cartoccetto de fusaje io moo sò magnato tutto, ancora n’eravamo arivati aa maranella e già l’avevo finite tutte. Er ciccione invece se magnava li bruscolini, ammazzelo che schifo! Aveva smonnezzato tutto er tranve, er fattorino je fa a maschio, l’animella tua, ma che a casa tua fai ste porcherie? E che sarebbe? Hai zozzato tutto, ammappete, io o farebbe aripulì a tù madre, anvedi. Allora l’avemo preso per culo daa stazzione fino a e lazziali, poi quanno che è arivato Arvaro cor tranvetto j’avemo fatto la stira, a sto frocione, così s’empara a fa le cose pe li cazzi sua senza fa a mezzi coll’amichi, sto cicero. Dopo semo iti a fasse na passeggiata a via nazzionale, avemo cioccato un po’ de stragnere ce n’ereno de tutti i colori bionne more rosce ricce lisce buzzicone scrocchie zinnone o che c’era passato San Giuseppe caa pialla. Adavede che robba! A n’americana j’ho detto dammenbacio, lelletta. Quella me s’è messa a ride, allora Arvaro che è nvidioso me s’è messo de mezzo, sto scrauso, che me piava per culo che ero diventato rosso. M’è annato er sangue all’occhi, mannaggia er tumefatto, j’ho dato un destro. Ahò, secco, li mortacci mia. E’ cascato come na pera. Ciaveva er sangue e la bava e pure l’occhi abbottati. Io me so messo paura, poi quando ho visto che aveva rifatto j’ho detto a strombolo, si ciariprovi t’apro er cuore.

Poi è ita a fenì che er cavallo n’è arivato, a dritta era na sola, evvai così. Io già m’ero scaciottato…

2 luglio 2008

Buone notizie

Ho le febbri, l'istrice ha vinto il Palio e domani mi tocca andare a lavorare anche se mi escono le pustole. Ma esulto perché Ingrid Betancourt è stata liberata insieme ad altri 14 ostaggi delle Farc.

1 luglio 2008

al galoppo

Tempo grave. La città è distratta dal Palio e non pensa a noi. Giorni fa c'erano i dervisci mevlevi di Al Ghuri che, sventolando le gonne, tentavano di raffrescare l'aria, ma niente. Anzi qualcuno se l'è addirittura presa, perché il volteggio durava troppo ed era irrispettoso dei tempi sacri, quelli che una canzone dura tre minuti, una partita quarantacinque a tempo, una trombata insomma dipende e una giornata di lavoro fanno otto ore. Dipende, dice che da certe parti si arriva a undici, e col gatto a nove code. Anche qui, questione di punti di vista: chi spreme dice che così si sposa l'azienda, chi è spremuto dice limortaccisua. Tra un giro e l'altro nello spremiagrumi sfoglio un decreto legge pubblicato martedì che rivolta il paese come un calzino. E' il decisionismo, baby. Un gesto illuminato, che comincia con l'andare verso e finisce in gloria, basta averci la comunicazione a favore. Io la comunicazione non ce l'ho più, perché dentro alla centrifuga i giornali non arrivano. I feed sono i gangli che mi tengono in vita. Aspirandone la sostanza scopro che torna blogbabel, che non è bigbabol ma solo il luogo dove i compagnucci delle tante parrocchiette possono ruzzare un po', infastidendo chi si fa il mazzo per regalare servizi a giro. Non c'è rispetto per chi si fa il mazzo (just a little bit/just a little bit, farebbero le coriste in sottofondo). Nel frattempo noi abbiamo riscritto alcune regole, ci siamo immersi in mare col fuso orario dell'east coast, abbiamo mangiato trippe, capocolli, salmoni e lamponi, stropicciato gatti e ribadito promesse d'eternità. Il lavoro rende liberi, ma a che serve se poi il Palio lo vince l'Istrice?

24 giugno 2008

strabismo (non di venere)

insomma, avrei dieci decimi ma sono un po' strabico, averlo saputo prima...

paura

(facendo il verso a carver)

paura dell'ansia.
paura del vicolo buio.
paura delle curve a sinistra.
paura del cane che mi salta sulle gambe.
paura di cadere saltando gli ostacoli.
paura quando freno in bici e vedo la strada scorrere sotto.
paura se sento frusciare nell'erba.
paura di finire i soldi.
paura col temporale, non sempre, non più.
paura di farsi male, soprattutto con le parole.
paura che il passato ritorni, com'era.
paura di Giancarlo.
paura che il futuro riporti al passato, o che.
paura di svegliarmi che non ci sei.
paura di andarmene dopo.
paura dell'ombra per le scale.
paura di non essere capito.
paura di sentirmi in colpa.
paura che non c'è.
paura della morte.
paura che non c'è.
l'ho già detta.

23 giugno 2008

Evviva!


sono tornate le personcine

L'Italia ha perso

ma chissenefrega.
Qua è tornato a regnare l'ottimismo

19 giugno 2008

light up your tuna salad

Salii in macchina e mi misi più comodo che potevo. Stappai una bottiglia dal six pack di acqua francese da un euro. Buttai giù una lunga sorsata, poi incominciai a scartare il ciaccino sintetico fatto in comode strisce facili da staccare. Aprii la scatola di tuna salad (light). Dentro c'era una morbida crema rosa su cui galleggiava qualche cappero e qualche pezzo di cetriolo. Il profumo era sublime: c'era l'aceto. E poi ce n'era tanta: 250 grammi. Slurp.
Affondai nella crema la prima striscia di ciaccino. La ritirai fuori e me la misi in bocca, assaporando un gustoso boccone di quella pappa prelibata. Masticai soddisfatto, interrompendo la lettura degli squisiti ingredienti dell'insalata per buttare giù un'altra sorsata di limpida acqua francese. Attaccai la seconda striscia, mentre il vento cercava un varco tra le macchine parcheggiate e il cantiere dall'altra parte della strada, e un crocchio di natasce combatteva con la gettoniera dei carrelli. Brindai ai loro occhi celesti stappando la seconda bottiglia del six pack di acqua francese. Chiusi gli occhi, e pensai a Parigi.
(da colazione da Lidl)

18 giugno 2008

Rock in ritardo

Internazionale ha pubblicato un bell'articolo che racconta come Huey Lewis sia un musicista molto amato dai disabili. L'articolo è pieno di delicatezza e di profonda competenza, come sottolinea l'ottimo Mandu di Special Crabs Overlimits, che l'ha messo on line sul suo blog cestistico, facendomi un gran favore, perché volevo postarlo a mia volta. L'ha scritto Katy St.Clair, del san Francisco Weekly. Bello.

17 giugno 2008

cattivi

Caro Alberto Berretti, scoprire che Grace Slick è invecchiata si può anche fare. Ma tieniti il cecio, non raccontarlo in giro!

cose d'apaz

Come ogni volta si commemora. E stavolta fanno vent'anni. Io però vorrei ricordarmi di me alle prese con i suoi disegni. Perché poi un artista che hai seguito te lo ricordi non perché ti ricordi di lui, ma perché ti ricordi di te che osservi le cose fatte da lui. Nel tempo. Io disegnavo. Quando lo scoprii mi si aprì un mondo, avrò avuto 15 anni e sapevo tenere discretamente la matita in mano. Iniziai a copiare sistematicamente le cose che disegnava lui. Cioè, a introdurre dei particolari ripresi dai suoi disegni, un'ombra, un tratto, un modo di rappresentare qualcosa. Bocche, occhi, denti, mani, piedi, posture. Ho imparato da lui a disegnare i genitali maschili in un certo modo e li ho rifatti in mille vignettine dedicate agli amici. I piedi, un buffo modo di lavorarli a partire dall'alluce. Il modo di distribuire la peluria e di disegnare le gambe in azione. C'era quel tratto sghembo, quel senso d'abbozzo, di uscito-da-quaderno che non avevi come modello a disposizione se ti mettevi a ridisegnare topolino, o i fumetti marvel, o i peanuts, o mafaldita o non so che. Era un far viaggiare la matita fuori dagli schemi, mettersi a schizzare personecoseanimali e a scriverci sopra improvvisando sketch di lettering, riempiendo gli spazi vuoti, andando a inventare forme diverse di rappresentare il fumetto (la nuvoletta, intendo). Poi uno cresce e smette pure di disegnare, ma come si può dimenticare tutto quel lavoro di fantasia? A me Paz mi ha fatto crescere, in un certo senso. Cioè, sono cresciuto leggendo lui e ridisegnandomelo. Mi manca lui, ma soprattutto mi manco io. Quell'io che sapeva aggrapparsi a una matita, perché il tempo era ancora tutto di là da venire. Per Andrea non ce n'era tanto, ma non ne ha sprecato un secondo. Almeno questo.

15 giugno 2008

Perché ci vuole orecchio

A un certo punto arrivò. non so da dove. Era verde e aveva una custodia di finta pelle che ne lasciava fuori un pezzo, con l'occhio per regolare le frequenze. Era una radiolina di non so che marca, bene inestimabile e prezioso, magico oggetto che rimbalzava la radiocronaca del secondo tempo delle partite e ci potevi camminare come se fossi grande, tenendola attaccata all'orecchio. Avevamo una radio elettrica, a casa, che era bianca, tutta abbombata, con le frequenze dipinte in oro. I nomi di tutte quelle località esotiche. Mio padre chino sulla schedina con l'orecchio proteso verso quella radio è un'immagine nitidissima ancora oggi. L'altra radio era più moderna, e anche molto meno bella. Aveva una custodia di finto cuoio tutta grattata e mia madre la ascoltava sempre. Mi ricordo la domenica mattina col Gran Varietà dove c'era Walter Chiari, la Corrida di Corrado, Non so che con Delia Scala, e Hit Parade con i Beatles, Gilbert O'Sullivan, Angie degli Stones, Mind Games di John Lennon, Hurricane di Bob Dylan che già facevo le medie. L'orecchio era teso a cogliere il corpo del suono che era esile e sfuggiva, ma portava cose di inestimabile valore. Erano scoperte, erano segni che scandivano la giornata. Mia nonna ascoltava un programma di musica popolare che andava la sera, saranno state le sei, le sette, non so. C'erano tutte queste canzoni, la Calabrisella, lu Cardillo. Me le ricordo ancora, come fosse ieri. Ho iniziato lì, forse, ad avere la mania per le cose che si dicono e si cantano in tutti i posti, quelle del posto, intendo, che mi sembrano sempre straordinariamente belle. Mi accorgo che a scriverne si aprono strade a non finire, e così era anche allora. Partivano tutte dall'orecchio e si liberavano, sfavillando, in tutte le direzioni. Benedetta quella radiolina.

13 giugno 2008

peaches

Sono caduto dentro ai colori della frutta, al banco del supermercato. Erano le otto e fuori pioveva da matti. Non sembrava giugno. Non sembrava neanche lavoro, se si stava lì a girare e a girare fino a notte, a passare quelle dodici ore forzate e interminabili. Poi, la frutta. C'erano i peperoni rossi e le pesche gialle. Le fragole erano muffe, alcune. Le banane, verdi. Ho alzato gli occhi e ho visto un mio collega che era lì anche lui per comprare qualcosa di corsa. Bisogna adattarsi, mi ha detto. Ho annuito e ho messo nel cestino delle pesche noci. Le mangio la sera quando sto qui che leggo e scrivo. Con la buccia. A morsi.

11 giugno 2008

Te recuerdo

Le strade tortuose di internet mi hanno riportato in contatto con amici che non sentivo da moltissimo tempo. Fa impressione parlare di nuovo con persone con cui si è divisa la giornata per anni, ma di cui non si sa più un accidente da tanto. A un certo punto zac, ti butti in un canalone che prende un'altra strada e il paesaggio ti sfila via di lato, non riesci più, neanche volendo, a rimanerci in contatto. Mi colpisce soprattutto la differenza di sintonia: mi è capitato in diverse occasioni di dire cose che non sono state recepite, come se non le avessi dette. Cose che in qualche modo riguardano le modalità di questo perdersi di vista. Sono persone a cui voglio bene, ma che sono diventate completamente estranee, sotto un certo aspetto. Eppure ne ho ricordi vividi, e quanti, per un lungo segmento di tempo. Dieci-quindici anni. Più netti di qualche amore rimosso. E' bello riguardarseli uno a uno.

9 giugno 2008

Un momento


Il fatto che qualcuno abbia fatto un pessimo uso delle intercettazioni non significa che le si debba vietare. Si usino meglio, ma si usino.

8 giugno 2008

Un tavolo

Ho comprato un tavolo col piano di marmo, oggi. Roba semplice. Giravamo per negozi di roba usata, avevo preso un sintonizzatore come nuovo che andava perfettissimo col mio vecchio ampli, ed eravamo indecisi tra un tavolo di legno-legno e uno sempre col piano di marmo, e con il cassettino con la spianatoia e il buco per il mattarello. I negozi di mobili usati sono come porte spaziotemporali, ti ci butti dentro e ritorni bambino. Il piano di marmo di questo tavolo è grigio. E' vissuto, ha un sacco di segni che ci scorri sopra le dita e t'immagini le cose. In quello che avevo da piccolo c'erano dei buchi che quando facevi i compiti ci s'infilava la penna. Ci si bucavano i fogli. Ci poggi gli avambracci ed è fresco, ci stai a mangiare e sembra infinitamente più caldo. E' piccolo, ti ci puoi sfiorare e il fatto che per fare spazio alle cose devi toglierne delle altre aggiunge qualcosa. Quello che una volta pareva vecchio e sorpassato oggi torna. A vederli vicini, un tavolo di marmo è molto meglio di quelli di formica che ne presero il posto. Ma sui tavoli di formica si fantasticava meglio.

6 giugno 2008

foto


cartoonist of the month

Escher in lego

straordinario, via vogliaditerra

5 giugno 2008

Frida

Abbiamo una gattina. L'abbiamo presa l'altro giorno da un tizio vicino a Sovicille. Il quarto gatto della vita mia, dopo i due d'infanzia e Alice che è rimasta a Roma. L'abbiamo chiamata Frida pensando a Sanseverino. Lei è piccolissima (sette etti), mangia tutto (riso, pollo, tonno, latte, formaggio, croccantini, diti, nasi, recchie, tappeti, fili, eccetera) ha imparato al volo tutte le cosette che doveva imparare e via. Sta correndo avanti e indietro per il soggiorno da quasi due ore, mi sa che nella pappa di stasera c'era qualche roba di quelle che prendono i ciclisti. Adesso si è fermata sulla mia spalla e mi guarda mentre picchio le dita sulla tastiera. Non se l'immagina, che scrivo di lei. La porto a nanna.

Piove, governo


da quando hanno vinto le elezioni non fa altro che piovere.

3 giugno 2008

E' morto Bo Diddley


un grandissimo.

30 maggio 2008

walk on the wild side


in regalo a tutti quelli che entrano da google in cerca di walk on the wild side. E sono tanti. Anche se cercano più X-factor che Lou Reed, qua sta l'originale, più o meno inarrivabile. Se potete, rendetegli omaggio.

29 maggio 2008

Ubaldo

Ubaldo teneva le unghie lunghe e si pettinava con la scriminatura a destra, anche se non aveva più capelli nella zona in cui gli sarebbero serviti per farsi una riga decente. Non era, questa, una buona ragione per non farlo. Usava un talco che si mescolava al suo odore e finiva per avvicinarsi al lezzo di un che di fritto. Portava sempre delle camicie stirate impeccabilmente, con l'ultimo bottone aperto. Se la camicia era una button down andavano rigorosamente slacciati i bottoncini del collo. Indossava sempre pantaloni di cotone blu o chiari. Quando doveva presentarsi in modo più elegante si metteva quelli del vestito buono, un frescolana grigio scuro, con sotto i mocassini comodi e un po' sformati, che ne tradivano la pianta larga. Da piccolo plantigrado era anche la peluria: irsutissimo, Ubaldo aveva peli ovunque, persino sul dorso della mano e sulle orecchie. Questo rendeva drammatici, talvolta, i suoi problemi di traspirazione, ma per lui la cosa non era importante. L'avvento dello stick deodorante da usare sotto le ascelle lo aveva lasciato indifferente. Al tempo svernava all'istituto tecnico, doveva formarsi e non aveva tempo da perdere con queste frivolezze. Ubaldo portava occhiali spessi, era appassionato di motori e aveva un'ossessione vera e propria per le linee esatte. Non sopportava di vedere oggetti fuori posto, nel senso geometrico del termine. Nel contempo, era incapace di usare i colori coordinandoli al meglio: il cozzo cromatico era una delle sue specialità, come le giacchette bianche e l'infinita serie di tic che sciorinava nei soliloqui scanditi dall'oscillazione ritmata dell'intero corpo. In queste circostanze Ubaldo somigliava a un topone che se ne stava eretto a concionare, col suo linguaggio asfittico e contorto. Era cattivo. Odiava qualunque manifestazione politicamente corretta e passava il tempo a guardare il culo a tutte le donne che incrociava.

ebenezer

Ebenezer ama alzarsi presto, la mattina. Alle cinque, caschi il mondo, è già in piedi a lavare la macchina. Cioè, una delle sue macchine. Poi va a curarsi la campagna, seguito dalle gatte che gnaolano e si strusciano. Le lascia fare: ha sempre amato sentirsi lisciare, da umani o da felini che differenza fa? Meglio i felini, direbbe lui, visto che gli umani sono smidollati senza ritegno, da tenere stretti nel pugno e da piegare alla propria volontà. Quel pugno che, diceva quello, può essere ferro e può essere piuma. Lo sa bene il malcapitato che quei pugni li ha assaggiati, e quanti ne ha stesi, il vecchio Ebe! Da quando a undici anni ne sdraiò un paio, a scuola, che sembrava avessero venticinque anni. Sbèm. Un cazzottone nei coglioni, ché chi mena per primo mena due volte, e tanti saluti a quelli che provavano a fare i nonni. "I calci io non li prendo. Li do". Questo era Ebe, fin dai primi passi.

27 maggio 2008

nessuno pensa al tempo

Il tempo fa la differenza. Lo sa bene chi se ne appropria, del tempo degli altri. E c'è tempo e tempo. Un'ora passata come si deve ne vale cento sprecate senza che ci si costruisca niente di buono. Dovremmo poterlo vendere bene, il nostro tempo. Perché a usarlo bene si può essere felici. E non è usato bene, forse, il tempo venduto a qualcuno perché ci si arricchisca lui e solo lui. Non è solo il tempo passato con chi si ama, quello speso bene. E' anche quello speso per migliorarsi e per stare meglio con se stessi. Quelli che comprano il nostro tempo pensano di poterne disporre a piacimento. Almeno alcuni che conosco. Pensano che comprando il tempo di una persona se ne possa disporre da padroni. Non del tempo. Della persona. E' triste solo a pensarci, ma chi fa così è incapace di concepire la felicità. Perché quel tempo comprato e rivendicato con la voce grossa è sottratto alla vita delle persone, se si fa in modo che quello non sia un tempo di crescita, ma solo di semplice e atroce sottomissione. I meccanismi che entrano in gioco sono delicati e pericolosi: spesso chi entra in un modo così violento e invasivo nella vita degli altri ne ottiene l'attenzione esclusiva e ne paralizza in qualche modo la volontà. Bisogna sapersi sottrarre e non è facile. In pochi ci riescono. Questo spiega alcune cose sull'Italia, per dire. Ma non solo.

Respirare

Quello col tempo è un braccio di ferro continuo. Uno trova il modo di recuperarlo e lo riperde, poi, con gli interessi. Si rende libero dal lavoro e incontra il lavoro che rende liberi. Un lager metaforico, per fortuna. Ma anche no. Bisogna trovarci dentro il percorso giusto, perché poi queste cose servono sempre. A trovare il modo di uscirne, ma anche a imparare l'assiduità, la capacità di fare qualcosa meglio che si può isolandosi dal resto e tutto il solito pacchetto di cose che fanno di un lavoro una scuola. Certo, però, che lavorare stanca...

26 maggio 2008

Napoli, fatti viva

Giuliano Ferrara sul Foglio

Se fossi napoletano mi vergognerei di me. Non tanto per i rifiuti, per la trasandatezza fatale della città, per la brutta figura eccetera. Napoli ha sempre scambiato con il resto del mondo, che la voleva scioccamente sorridente, un suo ghigno indecoroso che mi piace, che affascina ed è regale anche quando è laido, puzzolente. Mi vergognerei piuttosto per la totale assenza di una classe dirigente e per l’indulgenza con cui la città accetta di essere trattata, in mancanza di alternative, come una appendice coloniale fastidiosa e riottosa. I ministri arrivano in pullman, il governo è in visita all’estero, la conferenza stampa si farà nel palazzo dei Borboni, i proconsoli di lingua endogena abitano i loro appartamenti regionali e municipali ma sono virtualmente esclusi dalla vita pubblica, inabilitati anche alle campagne elettorali, il governo decide per via commissariale da dieci, quindici anni, e non risolve alcunché, adesso si è lodevolmente messo in testa di farla finita, attrezza soluzioni che deve militarizzare, le tiene segrete fin che può, poi giù un po’ di botte contro la ribellione della monnezza.

continua qui

Nessuna matrice politica

Il raid squadristico al Pigneto “non ha matrice politica”. Non hanno matrice politica l’assassinio di Verona, il rogo di Ponticelli, la morte dei due ragazzi ammazzati in motorino a via Nomentana, la morte di Hasan Nejl, non-persona abbandonata e ignorata nel centro chiamato di “accoglienza”, l’aggressione a Christian Floris di Radio DeeGay. Non è una consolazione: è peggio. Non c’è più bisogno di ideologia e militanza fascista per praticare la prepotenza, l’aggressione dei tanti contro i soli, degli armati contro i disarmati, dei forti contro i deboli. Il fascismo non è più politica, è senso comune.

Alessandro Portelli per Il Manifesto.
Segue qui

25 maggio 2008

curriculum

Nessuna preoccupazione. La violenza squadrista di questi giorni ha solo una valenza formativa. I quadri di domani che fanno le loro prove di futuro. Tra trent'anni, con un po' di fortuna, uno di loro potrebbe diventare sindaco.

24 maggio 2008

Neonazi fuck off

Mentre il raid al Pigneto allunga l'allarmante scia recente di fattacci imputabili alla destra nazistoide nostrana, rimbalza dalla Germania la notizia dell'interessante iniziativa di Die Zeit, che è una specie di "Espresso" tedesco. Il settimanale ha creato Netz Gegen Nazis, un sito web che è on line da quindici giorni e che offre informazioni sui gruppi neonazisti tedeschi, con particolare attenzione alle pesanti infiltrazioni che ci sono, manco a dirlo, nelle tifoserie di molte squadre della Bundesliga tedesca. "L'estremismo di destra è sempre più presente nella nostra società, nelle istituzioni, nelle associazioni, nelle strade, nella cultura giovanile e su internet. Diffonde idee razziste, antisemite, sessiste e disumane, che offendono il nostro ideale di società democratica, pluralista, aperta e liberale". Così Die Zeit, che ricorda come in Germania il 70% della popolazione sia convinto di avere in casa troppi stranieri. Il sito è in tedesco. Bisognerebbe fare qualcosa del genere anche qui.
(La notizia da Internazionale)


Aggiungo: solidarietà a Christian Floris, conduttore di deegay.it, che è stato aggredito la scorsa notte a Roma mentre rincasava. Due persone gli hanno sbattuto la testa contro il muro minacciandolo perché si occupa di tematiche legate al mondo dell'omosessualità e gli hanno intimato di smetterla.
insomma, sembra proprio un'escalation in piena regola...

23 maggio 2008

l'ultimo sampietrinista



da www.current.com

Era di maggio


e si fece notte.

paura

quando hai tanta paura, va bene tutto quello che te la fa passare (cit.)

Nuclear device

Si sapeva da tempo che sarebbero tornate di moda le centrali nucleari. Naturalmente servono a far soldi, oltre che a produrre energia.
Tanti anni fa la risposta al referendum sul nucleare fu molto chiara, ma tra Cernobyl e sindromi cinesi c'era ancora l'alone, l'eco, la strizza.
Se si rifacesse oggi, voterebbero in sei.

Per chi usa google analytics

C'è un blog curato da Marco Cilia.

Bring it on

Ma una volta ero uncommitted pure io, come Junkiepop

22 maggio 2008

Arriva

Tra un mese è estate, poche storie: è finita la Champions League...

(e intanto ieri notte Mosca era rossa, anzi red)

20 maggio 2008

18 maggio 2008

Metti un gatto nel romanzo

IL giorno in cui sono nato, c' era un gatto che aspettava dall' altro lato della porta. Mio padre fumava in cortile, a Mar del Plata. Mia madre dice che è stato un parto difficile, alle quattro e venti del pomeriggio d' un giorno d' estate. Il sole spaccava la terra. I giovani Borges e Bioy Casares se ne stavano da quelle parti, a Los Troncos, impegnati a creare le storie allucinate di don Isidro Parodi.

A Borges i gatti gli andavano dietro. In una delle sue foto più belle, sta insieme a Mara Kodama, che ne tiene uno tra le braccia; Borges lo accarezza come un amico.
(continua qui)

17 maggio 2008

L'onda di piena


E' un'onda di aggressività quella che sta passando in questi giorni. Arriva da lontano, sospinta da anni e anni in cui si è morso il freno, cercando di adeguarsi a quel minimo di politically correct che consentisse di essere accettati in società. Le elezioni hanno fatto saltare le chiuse: la piena è passata e travolge tutto. Liberatoria. In molti si sentono finalmente di dire quello che hanno taciuto o borbottato sottovoce per anni. Riesumano dai solai dell'oblio vecchi slogan, pugnali e digrigni di mascelle.
Il ghigno rabbioso con cui liquidano anni di storia la dice lunga su quanto sia stato atteso questo momento e su quale travaglio ci sia stato nel maturare il giusto tempo per far di nuovo uscire la fogna che avevano dentro. Si fa presto a dire fascisti. Non è questione di ideologia, ma di violenza, arretratezza, grettezza, ignoranza, disamore per il prossimo, per il bello, per quello che non si comprende e che per questo si rifiuta. Il contrario, se ci pensate, di quello che in genere si classifica alla voce "intelligenza".

16 maggio 2008

In gamba

Una bellissima notizia: Oscar Pistorius, il caro Oscaretto, potrà correre a Pechino, sempre che riesca a qualificarsi o che sia convocato dalla nazionale sudafricana. Lo hanno deciso i barbogi del TAS, in carne, ossa e parrucca. E' giusto così. Forza Oscar.

15 maggio 2008

pogRom

Quello che sta accadendo in giro per l'Italia (e che si definisce "giro di vite") contro i Rom è inquietante. Ma è niente rispetto a quello che a molti piacerebbe fare.
Brutta china. Non passa giorno che non si senta crescere questo fiume putrido d'intolleranza. Non trovano stranieri da mandare a lavorare ma vogliono toglierseli "comunque" dai coglioni. Per tacere degli asociali rom, che in quanto tali qualcuno pensò d'infornarli, manche avesse voluto mangiarseli.
E' che facciamo un po' schifo, a volte. Altre volte, un BEL po'.

Anche il contadino è d'accordo, e in tanti ancora ne parlano sdegnati. Almeno questo è buon segno.

terremoto d'umanità

Da troppo tempo si parlava della Cina solo in termini di diritti negati e di economia aggressiva. Da molti anni in tanti temono il pericolo cinese. Va così, è come se ci fosse una bolla di comunicazione che si gonfia e che sposta l'interesse su alcuni elementi che si prendono la scena. Un terremoto non ce lo metti mai, in preventivo. Sì, c'è ogni tanto un riferimento al big one di San Francisco o una menzione alla frequenza micidiale di terremotoni che scuotono il Giappone. Ma nessuno ricorda la megascossa che c'è stata, magari a tre metri da casa, in qualche tempo lontano, a cambiare le carte in tavola. Questo terremoto non fermerà la corsa della Cina verso le sue Olimpiadi e verso il vertice del pianeta. Riporta però un flash di umanità da un paese che ci raccontano vivere appeso al suo irrefrenabile sviluppo. Fare a meno della democrazia, respirarsi aria fetida, bere acqua inquinata, alimentare il fuoco dell'economia selvaggia e perire, con contorno di accendini, carabattole e pollo alle mandorle. La catastrofe umanitaria suona il campanello. Si riguardi anche all'umanità cinese, per quanto governi e cinismo spingano a interessarsi di quell'altrove che fa molto per ammazzare la democrazia e la libertà, continuando a far circolare messaggi che con l'umanità hanno poco a che fare, in perfetta simmetria col governo cinese. Su Internazionale (che non seguo da qualche tempo) c'era una rubrica settimanale che segnalava le catastrofi che avvenivano nel pianeta. Ce n'era un sacco, ogni volta. Per tutti i gusti. E meglio non dire niente di quello che succede in Birmania...

14 maggio 2008

Non tutto il mondo

Non tutti stanno andando a destra. Non tutti ringhiano verso gli altri, o s'illudono di potersi appropriare di radici che non esistono. Non tutti sono pronti a schiacciare gli altri sotto il proprio tallone, a scacciare, rincorrere, pestare, prevaricare, escludere. Non tutti pensano a entrare nella corporazione giusta, non tutti cercano con affanno di far parte degli amici degli amici per portarsi a casa qualche cosa avanzata dal banchetto dei grandi. Non tutti sono mossi dal desiderio di affermarsi, di competere, di legittimare per realizzarsi, legittimandosi. Non tutti pensano davvero di poter prendere il controllo della propria vita e del proprio territorio facendo valere un'autorità che non esiste. C'è chi può ancora far parlare la bellezza, semplicemente. Qualcuno che resisterà a qualunque cosa.

11 maggio 2008

giallissimo

Il Siena sceglie la strada più giusta e più semplice, quella, cioè, sconosciuta all'Inter. Così gioca bene la partita, costruisce quello che può, realizza il suo frapponendosi senza animosità ma con decisione alle mire dell'Inter che non sa vincere la partita. Mille motivi intrecciati alla base: su tutti i soliti atteggiamenti stucchevoli di Materazzi. Il Parma è meno forte e meno in forma del Siena, ma l'Inter è capace di qualunque impresa, soprattutto quando si tratta di trovare un modo allucinante di perdere.
A complicare il quadro, la presenza di Cuper sulla panchina del Parma. Che è probabilmente una concausa della quasi certa retrocessione degli emiliani, che sarebbe la prima, da quando sono arrivati in serie A e che potrebbe quasi certamente non arrivare se il Parma vincesse contro l'Inter. Parma che negli ultimi turni è parso in cattive condizioni generali, con l'Inter che fisicamente sembra tenere bene. Sulla carta non ce n'è. Vediamo come va a finire, però

10 maggio 2008

Don't worry about the government

Me la canticchio, la canzone, ora che abbiamo un nuovo governo. Oddio, nuovo. C'è Tremonti, pedditte, che da solo basterebbe, lasciamo stare poi Scajola, che le bestemmie sono fuori luogo. Bossi, Calderoli, Rotondi, chi più ne ha più ne metta. Di certo non ci sarà da prendersela troppo con Mara Carfagna, come da foto provvista di solidi argomenti da far valere per stare con pieno merito al governo del Paese. Un governo giovane, asciutto rispetto al pletorico esecutivo prodiano (oh, così dicono, anche se i ministri sono gli stessi, non ve la prendete con me) e determinato ad agire su tutti i fronti possibili per risvegliare il bel pese addormentato, che sogna munnezza e viulenza, intanto che impoverisce e muore. Sò arrivati i nostri. E il bello è che non ce la possiamo prendere con nessuno, se non con noi stessi. Evviva Maria, insomma. Anzi, evviva Mara...

8 maggio 2008

kluft, cose buone dal mondo



Certo che i soprusi nel Tibet sono osceni, ma se ne devono occupare i nostri governi, devono trovare forza e forme di pressione. Ai Giochi, concorrenti di paesi in guerra convivono nello stesso villaggio. Brutto sarebbe ritrovare dentro al mondo dei cinque cerchi le stesse tensioni che ci sono fuori, bello è riuscire a darsi comunque la mano»


intervista a Carolina Kluft di Emanuela Audisio

Free Groenlandia

La Groenlandia sta per diventare indipendente.
Se non ci facesse troppo freddo, sarebbe da trasferircisi.
In ogni caso, la cosa aumenta le speranze di secessione dei leghisti.
Dai che stavolta ce la potete fare a levarvi dai coturni

7 maggio 2008

Fallimento

Naturalmente con l'Inter si è perso.

6 maggio 2008

Ei fu

Sono giorni che c'è poco da ridere, guarda che ti fanno i binbi nazisti. Certo, è teppa e non è roba da prendere a base per far di conto, ma manco troppo sottogamba. Anche se per il presidente della Camera non si tratta di un fatto così grave. Sò regazzi, insomma. Ma tolleranza zero eccetera che fine hanno fatto?

2 maggio 2008

un dubbio

e se tutti sti fasci gongolanti portassero jella?

30 aprile 2008

Doppio brodo e passa la paura

Fare il brodo è facile. Non ci vuole niente. Io piazzo un mare di roba in una pentola (un pezzo di manzo, delle ossa con un po' di nervetti e il midollo, una cipolla piccola, un porro, una carota, un paio di coste di sedano, qualche grano di pepe, qualche chiodo di garofano) la copro d'acqua e la lascio borbottare lì un paio d'ore. A parte i dieci minuti che ci vogliono per preparare la roba, la fatica è tutta qui. Mi piace forte, poi ci faccio i tortellini o il risotto. Stasera, per smaltire le delusioni degli ultimi giorni, abbiamo preparato una cena un po' demodé, ma cazzarola: terrine de lièvre su tartine, brodo de manzo chii tortellini alla chianina (insomma, credevo meglio, il tortello, ma il brodo era ottimo) e poi lesso con le salse e le patate, un bello chardonnay fresco fresco, fragole, gelato, moscadello e ciao. Che vuoi farci? Niente TV, che è tutta una faccia a culo, tra quelli tronfi che hanno vinto e quelli livorosi che hanno perso. Poi lasciamo perdere le ghigne elette alle cariche istituzionali. Il Chelsea per di più mi batte il Liverpool che è l'unica squadra per cui avrei tifato un pochetto, insomma, non c'è gusto. Per giunta ero talmente impicciato al lavoro che non ho potuto sbirciare le dichiarazioni dei redditi e mi sono accorto della cosa solo quando era tornata off-limits. Stasera ho scoperto che Grillo se l'è presa, forse non voleva si sapesse del fottìo di soldi che guadagna, e che i fedeli l'hanno un po' beccato. Tutti i falsi profeti fanno una brutta fine, non c'è da meravigliarsi e infatti. Intanto a Roma parte la tolleranza zero di Alemanno, ma dall'Ara Pacis. La prendiamo alla lontana, via. Mi aspetto i primi editoriali critici piovere sul nuovo sindaco: per ora ne ho letti soltanto di trionfali. Sarà che per abitudine e affetto ancora leggo Epolis.

29 aprile 2008

equivoci

La vittoria della destra a Roma chiude il cerchio. Due settimane che hanno sconvolto l'Italia come un terremoto. O forse no. Perché la sensazione è di trovarsi di fronte a una piena che ha rotto un argine divenuto fragile, ma che non è crollato da solo come sostengono in parecchi, soprattutto da sinistra. Cioè, c'è stata una gran voglia di andare a destra, più che il desiderio di punire qualcun altro. Una voglia che si avvertiva, in giro, a Roma come altrove. E' passato il tempo in cui la gente si vergognava di dire certe cose o di fare gesti come la mano a paletta, ma il punto non è questo. I saluti romani, le celtiche, le svastiche, il cattivismo sono manifestazioni che finalmente si liberano, scariche dal valore simbolico che gli ha sempre attribuito l'antifascista convinto e intransigente, che è diventato minoranza anacronistica e trombona. Finalmente ci si sente liberi di eccedere, di inveire, di chiedere punizioni esemplari, di promettere vendette e purghe senza per questo doversi vergognare. Venti-venticinque anni fa tanta gente avrebbe nascosto le proprie simpatie di destra, oggi non è più così. E può uscire fuori la faccia reazionaria dell'Italia, che è sempre stata presente ma si era mimetizzata dietro un'improbabile facciata pseudoprogressista. Cialtroni e geniali, come sempre. Un po' meno geniali del solito, magari...

tiè


e uno...

28 aprile 2008

Arrivederci Roma

Il mio ultimo gesto da cittadino romano l'ho fatto stamattina, votando alle undici per il ballottaggio. Sono ripartito dalla capitale prima che si completasse lo spoglio, anche se i primi dati facevano presagire la sconfitta secca di Rutelli. Ho avuto la certezza del risultato una volta riparato nell'amica Toscana. Uso volutamente un tono pomposo, meglio parlare come se si fosse esiliati. Gli echi dei caroselli delle corporazioni tassinare erano largamente prevedibili. Mi dispiace per chi resta, l'onda violenta del voto del 13 aprile ha sommerso ogni velleità di resistenza. Chi non ha votato Rutelli al ballottaggio lo ha fatto per mille motivi, tra i quali c'è anche la stanchezza e il senso di scoramento. Spero che Alemanno amministri bene la città. Spero che la amministri da fascista, perché la gente si renda conto di chi ha votato e capisca se e quanto sia giusto, nel 2008, agire con leggerezza a proposito di questioni così importanti. Spero che chi non riusciva proprio a notare differenze tra centrosinistra e centrodestra non sia costretto brutalmente a rendersene conto adesso. E non perché mi spiacerebbe per chi se lo merita, anzi. E' che mi dispiacerebbe per chi non se lo merita. E ce n'è tanta, di gente, anche gente che conosco. Tenete duro, passerà la nottata. In condizioni normali, l'alternanza sarebbe giusta e democratica. Ho paura che qui le condizioni normali ce le possiamo sognare...

27 aprile 2008

Il formicaio atlantide

Ero seduto sul muretto di tufi sul fianco del cimitero. Faceva caldo e stavamo lì ad aspettare che arrivasse il funerale, col vento che ci soffiava addosso per dispetto, anche se, ripeto, faceva caldo. Una coppia di cipressi guardava dentro al camposanto. Uno era bello sano, con la chioma florida, pizzuto pizzuto e portava la bandiera dell'orgoglio dei cipressi, alberi che da sempre difendono i cimiteri. L'altro era pelato, almeno per tre quarti. Guardava dentro e sembrava dire ecco, io volevo essere piantato in Val D'Orcia o nel vialetto di qualche villa di qua, sul Chianti, o nelle crete. Io non volevo fare l'albero pizzuto come quasi tutti i cipressi, che poi ci fa il nido qualche civetta e tutti si grattano i coglioni quando ci passano sotto. Volevo fare da margine in un parco, con gli scoiattoli che mi balzano sopra e invece sto qua a guardarmi i morti, e tutte le persone che vengono qua a trovare i morti, e manco stessimo a Spoon River, che almeno senti quello che hanno da dirsi. Vita dura per i cipressi. Accanto a me, a due-tre passi, per terra, c'era il mucchietto di terra smossa di un formicaio. Doveva esserci una pausa di lavoro, o forse si festeggiava il 25 aprile. Tutto taceva, solo una formichina caracollava lì vicino, e a quattro-cinque metri c'erano altri tre-quattro mucchietti di terra che erano formicai limitrofi, o che. Forse sottoterra brulicavano formiche come sulla tangenziale, formiche che andavano a prendere i formichini a scuola, formiche che lavoravano duro a sminuzzare molliche, bucce, robe buone dalla terra grassa accanto al cimitero. La strada era a un passo. Dalla strada arrivava un vecchio sallucchione con l'aria un po' sonnacchiosa, che ciondolava pigro, in attesa pure lui del corteo funebre del povero vicino di casa defunto all'improvviso. Ciondolando ciondolando spiattellava completamente il montarozzino delle formiche. Alcune, tre o quattro, si precipitavano all'esterno, altre perivano all'interno come in un cataclisma atlantideo. Magari lo ricorderanno per generazioni, contando i giorni passati dalla grande acciaccata. Il vecchio, intanto, spariva dietro l'angolo che portava all'entrata sul retro. E il vento continuava a soffiare.

Il comico del malumore

Ecco una bella sfida per la nuova stagione della politica italiana: riprendersi questa piazza che Beppe Grillo riempie ma non merita, e non solo perché, in piena crisi artistica, non riesce più nemmeno a fare ridere. Il punto è che Grillo, per galleggiare nel malumore, ormai deve spararla sempre più grossa. E infatti, in questa escalation, ieri è diventato un altro di quegli irresponsabili italiani che di tanto in tanto vorrebbero riprendere e continuare il lavoro feroce dei partigiani - "ah se solo avessimo più cuore e più coglioni" - scambiando la tragedia della guerra civile con le gag da Bagaglino: "Siamo noi la nuova Resistenza".

Grillo attacca i giornali perché non scrivono quel che vuole lui e come vuole lui. Come tutti i demagoghi italiani, vorrebbe abbattere la stampa. Crede di essere una somma di Totò e del professor Sartori, uno che prende drammaticamente sul serio la propria scienza politica.

Francesco Merlo su Repubblica di oggi: segue su Noantri.

Qui c'è un post su Grillo di Bellacci.

25 aprile 2008

Passeggiando a Montemaggio

Sembra ci sia ancora qualcuno che spende una giornata di festa per andarsene in un luogo della memoria. C'era un bel po' di gente a spasso a Montemaggio. Vecchini con gli occhi lucidi sul luogo dell'eccidio o davanti alla casa dove vennero catturati i partigiani, ragazzini che facevano picnic, un giovane sindaco che già una volta ebbe a stupirmi, telefonandomi cinque minuti dopo che gli avevo mandato una e-mail per chiedergli un'informazione, senza nemmeno sapere chi fossi e senza che si stesse per votare. Insomma, ci sarà per tanti anni ancora qualcuno che il 25 aprile si alza dal letto ed esce di casa per andare in un luogo di questi e fare un gesto che non è nemmeno simbolico, ma di semplice ricongiunzione con le proprie radici e la propria memoria. Io mi ricordo che mia madre, quando ero piccolo, cantava sempre bella ciao, e non era di certo comunista. Per lei, semplicemente, i partigiani erano i buoni. Quando finì la guerra aveva tredici anni, ancora oggi me lo racconta, e io le credo oggi come allora. Qualche volta gli è sfuggito anche, nella sua semplicità, che quello avesse fatto delle cose buone. Altre volte ci ha cantato canzoncine che gli insegnavano da piccola a scuola, roba che poi scoprimmo fascista. La memoria della gente semplice non funziona con gli occhiali dell'ideologia, ma funziona. Di gente semplice era pieno, oggi, a Montemaggio.

Essere e non

Siamo ancora divisi, quasi 65 anni dopo. C'è chi inneggia alla resistenza e chi no, ma quello che tutti sappiamo, in fondo, è che si tratta di cose che non sono alla portata di una reale comprensione. Perché si trattava di scegliere di rischiare la vita per gli altri, per tutti gli altri. Che non è una scelta facile da prendere seduti, con le gambe sotto al tavolino, al caldo e col conforto di lavoro, amici, amore, eccetera. Allora bisognava spendersi per la libertà e non era cosa da tutti. E non tutti quelli che si spesero ebbero poi onori, ricompense, responsabilità. Molti cedettero il passo a chi non seppe lottare, ma risalì la fila riqualificandosi, inventandosi un passato di lotta e di coraggio. Tutti, c'erano, su quelle montagne. Dove in realtà erano pochi e soffrivano e rischiavano la pelle anche per gli altri. Così ci dividiamo tra la memoria "facile" e quella inesistente, senza ricordare che si tratta di gesti fatti rischiando il sangue proprio. Cosa che non è da tutti, ma solo di chi riesce a prendere le armi contro il proprio mare di guai. Non tutti sanno farlo, non tutti hanno saputo farlo.

Mauro Capecchi, sì. A lui, di cui ho avuto l'onore di conoscere la moglie e i figli, dedico questo piccolo pensiero.

è festa ad aprile

Forza ch'è giunta l'ora, infuria la battaglia
per conquistar la pace e liberar l'Italia
Scendiamo giù dai monti a colpi di fucile
evviva i partigiani, è festa ad aprile!



___
Combatte il partigiano la sua battaglia

Tedeschi e fascisti fuori d'Italia

Tedeschi e fascisti fuori d'Italia

Gridiamo a tutta forza
Pieta` l'è morta.
___
Siamo i ribelli della montagna,
viviam di stenti e di patimenti,
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell'avvenir.
Ma quella legge che ci accompagna
sarà la fede dell'avvenir.
___
È questo il fiore del partigiano,
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
è questo il fiore del partigiano
morto per la libertà.
___
Fischia il vento, urla la bufera

scarpe rotte eppur bisogna andar
a conquistare la rossa primavera
dove sorge il sol dell’avvenir.

24 aprile 2008

Anche Repubblica mette on line l'archivio

Dopo il Corriere, anche Repubblica mette on line l'archivio degli articoli (dal 1984, mica male).
I mitomani che conosco, invece di importunarmi come fu per il Corriere, stavolta si diano tregua, magari rileggendosi la cronaca del crollo del muro di Berlino.

Berlusconi e il campionato metropolitano

Lo organizzi pure: Juventus, Inter, Milan, Roma, Napoli. Ciao ciao.
Alè, che si vince qualche scudetto, finalmente

Salvateci, per piacere, grazie

Padella o brace, lo so. E' quello che si chiedono in tanti a Roma col ballottaggio che si avvicina, ma la differenza c'è ed è tanta. Se poi non ci si sente minimamente preoccupati dall'incipiente berlusconesimo-terzo assalto, va bene. Conosco parecchia gente bizzarra che si castrerebbe per far dispeto alla moglie, e dunque ben venga Alemanno sindaco. Tra l'altro mi sembra che il livello dell'odio sia fuori controllo più se si parla di Veltroni e/o di veltronismi che se si parla di Berlusconi, in molte scie rimaste orfane della propria sinistra di sinistra. Dunque, ciascuno inghiotta tutta la destra che riesce a sopportare, ma non si lamenti se dovesse scoprire che tanto uguale non è. Per esempio, io non ci giurerei che i Legoni, con tanto di tuta verde, non tentino qualche sortita a cestinare qualche spreco nelle pubbliche amministrazioni romane. I tabù si superano con facilità, la spregiudicatezza a questi non gli fa mica difetto. Intanto Totti a due minuti dall'intervento camminava. Che dio lo benedica, è un superuomo. Ma si potrebbe anche parlare d'altro. La Juve, per esempio, è di nuovo deferita per responsabilità diretta per la stessa cosa. Ma uno mica lo puoi condannare all'ergastolo cento volte per lo stesso omicidio: va a finire che la fanno diventare simpatica, e dopo ai granata chi li sente?

23 aprile 2008

tarabaralla

ta|ra|ba|ràl|la
avv.
RE tosc.
1 pressapoco, su per giù: disterà 25 o 30 km, t.
2 in un modo o nell’altro: t. me la caverò
3 poco male, pazienza
Varianti: tarabara


demauroparavia.it

Sarà

Quand'erano interessati alla roma i russi si disse che era contrario Putin via Berlusconi, con Soros si ripete la storia, che a me sembra una bufalona.
Mi piacerebbe conoscere i reali contorni della "trattativa"...

the smiling professor

via De Biase, una bella intervista a Daniel Gilbert, social-psicologo detto "Professor Happiness".

22 aprile 2008

Natale di Roma



Vista da lontano, mette quasi paura. Capisco quelli che ci vengono e li prende la tensione: a tornarci, ultimamente, hai la sensazione di un peso enorme che incombe su di te, quando vai in giro e trovi la tua strada in mezzo al groviglio informe di macchine e alla marea umana che incroci tra il centro, la metro e lo struscio di periferia. Ora che sono abituato alla poca densità delle campagne senesi, stento a riabituarmi e capisco. Ma anche qui arrivano gli echi delle strumentalizzazioni politiche e il tentativo di cancellare l'enorme sforzo fatto da Rutelli prima e da Veltroni poi per mettere la città al passo con le grandi metropoli europee. Sforzo che ha prodotto risultati controversi: soprattutto il traffico e i trasporti sono fuori controllo, ma le risorse che servono, soldi e tempo, sono notevoli. E il gap la città se lo porterà avanti per un pezzo. La sicurezza, invece, è un problema diverso: non parte dall'oggettività, anche se i dati sulla violenza e sui reati in città sono preoccupanti. Non in controtendenza rispetto alle altre metropoli, però: il punto è trovare il giusto equilibrio che consenta di non sottovalutare il problema senza enfatizzarlo oltremisura, il che è cruciale proprio perché si deve riuscire per forza a scindere il tema dell'evoluzione della città verso il melting pot più vario da quello della violenza fuori controllo. La domanda di sicurezza è forte e si rischia che a guadagnarsi il consenso della gente sia chi promette un bell'eccesso di risposta. In realtà la sicurezza è una priorità, ma probabilmente non c'è bisogno di dare il via a provvedimenti urgentissimi. Basta organizzare le forze che ci sono, magari integrandone i ranghi e i supporti tecnologici. Domenica, comunque, mi farò la mia mappatella col pane sciocco e il pecorino, un goccio di vino e una fetta di finocchiona e verrò a votare contro i barbari. Con fiducia. La stessa che chiedo a chi sembra non saper più distinguere tra destra e altro, a qualunque titolo si presenti. Una differenza drammatica, che le chiacchiere sulla nascente "formazione" che occuperà le istituzioni stanno descrivendo con chirurgica precisione.

21 aprile 2008

Otto domande a Gianni Alemanno (e a chi si appresta a votarlo)

Da Giuliana:

1) Perchè non risponde mai a Bossi quando ci denigra con frasi come “Roma Ladrona” o “…imbracceremo le armi contro la canaglia romana…”?

2) Perchè quando è stato Ministro insieme a Bossi nel Governo Berlusconi non ha mai difeso la nostra città dai tagli sui fondi per la Capitale?

3) Che ne pensa del nuovo spezzatino a favore dell'aereoporto di Fiumicino, con conseguente taglio all'occupazione, richiesto dalla Lega a tutto vantaggio della Malpensa?

4) Che ne pensa della pretesa leghista di trasferire a Milano buona parte delle attività Rai?

5) Perchè, nel 2007, su 109 sedute del Consiglio Comunale è stato presente soltanto a 23 sedute, distinguendosi per inconsistenza di proposte e di iniziative?

6) Cosa dice ai cittadini romani che stanno ancora pesantemente pagando il deficit di 10 miliardi di euro che il malgoverno del centrodestra ha prodotto nella sanità della Regione Lazio? e perchè non ha mai detto una sola parola sullo scandalo della sanità regionale che ha visto tanti esponenti del centrodestra finire sotto inchiesta per corruzione?

7) Perchè non ricorda mai agli elettori che la legge con cui si regolamenta l’ingresso degli immigrati nel nostro paese ha la firma di Bossi e di Fini e che si deve al governo di destra di cui lui faceva parte la più grossa sanatoria sui clandestini mai varata nel nostro paese?

8 ) Perchè fa finta di dimenticare che Milano -governata da 15 anni dal centrodestra e dalla Lega - ha un indice di criminalità di gran lunga superiore a quello di Roma?

20 aprile 2008

Che poi, ripensandoci

Ai tifosi va portato rispetto, per quanto a volte non se lo meritino. E a tutti i tifosi, mica solo a quelli propri. Parlare di salvezza arrivando a Catania con 40 punti in saccoccia, anche se si ha la squadra per farne venti in più, non significa che si debba dimenticare chi per la salvezza lotta per davvero, a cominciare dall'avversario che si ha di fronte per finire con le varie Empoli, Livorno, Reggina, Cagliari, Parma e compagnia che con dignità e molti meno mezzi si stanno giocando alla disperata la salvezza. Questa cosa non mi è piaciuta, e la metto insieme alle "lezioni di vita" del presidente per ricordare che altre sono le tradizioni sportive a cui facciamo riferimento, per quanto non sempre ci sia riuscito di contribuire ad alimentarne il mito. Ora che possiamo, cerchiamo di farlo, invece di parlare di salvezza.

Lo strazio della Lazio


Altro giro, altra sveja. Negli occhi il rutilante tre a due che ci ha regalato la strapaesana, nella mente i calcoli sulla Coppa Italia che costituiscono l'ennesimo alibi per una stagione infame: chi riesce a chiamare per nome lo spettacolo avvilente che va in onda con questa squadra inguardabile in campo? Aspettiamo questi altri dieci giorni, andiamo a scoprire l'ultimo bluff di questa Lazio depressa e deprimente. Alla fine, mi aspetto si tirino le somme: confido nell'onestà di Delio e mi aspetto che si dimetta, da responsabile principale della stagione fallimentare. Se non dovesse farlo, vorrà dire che esistono altre letture per questa situazione. A meno che non si cavi dal cilindro il coniglio-coppa Italia: farei il bagno nello champagne. Ma la vedo dura.

ciance


Ma a cosa servono tutte ste ciance inutili sul voto utile che avrebbe cacciato fuori l'unica vera sinistra de sinistra dal parlamento? Vojo dì, gli elettori hanno scelto in piena libertà de dà il voto a qualcun alro o di non votare proprio, ci sarebbe da prenderne atto democraticamente e smetterla una volta buona di frignare.

Investitori


Tranquilli, Soros e sceicchi, non state troppo a litigare: chi non prende la Roma si compri la Lazio, c'è modo di risparmiare pure qualche euretto.

Vaccate

Vaccata era il post su Danny federici, ma lo so io il perché. C'entra il fatto che uno si sente vecchio, qualche volta, anche se poi passa. Succede pure a Berlusconi, sicuramente. Ha spesso l'aria sfatta, ma resiste. Si dà la carica con le battute, o anche coi gesti: la mitragliatrice mostrata a una collega della Politkowskaya è uno scherzo da gran buontempone, magari si può anche arrivare a raccontare la barzelletta del mafioso al funerale di qualche magistrato, non mettiamo limiti. A guardarli, tutti sti conducatores, non sembra che sia poi cambiato molto dai tempi della Dc. Nel senso, il ricambio che ci fu dopo tangentopoli non ha mica avviato una stagione nuova, in cui i politici abbiano avuto una vita pubblica un po' meno eterna. In realtà sono in parecchi a essere molto invecchiati e il sistema mostra tutte le sue crepe. A guardarlo bene, pure Montezemolo non è che somigli molto a quello che a 25 anni già guidava la Ferrari al successo. Erano i tempi di Niki Lauda. Oggi Monty dice una verità, pur non stando dalla parte della ragione: gli operai stanno con le imprese e questo spiega molto. Non sono impazziti, gli operai, che all'improvviso vanno a letto con il nemico. E' che in molti casi si trovano a dover scegliere quale nemico gli convenga di più. E poi il mondo del lavoro è un intreccio complesso di interessi che compongono equilibri variabili. Lo sanno bene i sindacati, non solo i datori di lavoro. Lo sanno bene anche molti lavoratori. I più deboli sono quelli senza tutela, che non sanno "servire" né prestarsi a fare lobby a vantaggio di terzi, che poi è quasi la stessa cosa. Per soddisfare certi bisogni c'è sempre stata la disponibilità a derogare a diversi principi. Lo sanno tutti, questo. E' da italiani. Ma non tutti hanno un prezzo, e non sempre. Non sono in molti a poter dare lezioni, al momento. La Lega sì, perlomeno su come si accumula un consenso enorme in pochi anni in un ambito che si riteneva abitato da altri. Io rifletterei sul valore reale della rappresentanza e su chi davvero sia rappresentativo di chi, in una fase in cui c'è proprio poco da fidarsi.

19 aprile 2008

Ricomincio da Danny

Danny Federici era il meno conosciuto di una band strafamosa, per la quale molti hanno delirato e delirano. Era una figura sullo sfondo, come Garry Tallent, come Max Weinberg. Quelle che lasciano la scena al titano Boss, o ai compagni più in vista: Big Man, Little Steven, "Professor" Roy Bittan. Per questo in pochi staranno lì a piangerlo, come accade quando muore una rockstar vera, una di quelle che sono oggetto di culto da parte di tanti fans. Ma il fatto che qualcuno che trentacinque anni fa, o quasi, abbiamo ascoltato per la prima volta, e che abbiamo incontrato mille volte nella nostra vita, girellando alla radio, mettendo un cd o un disco, o andando a vedere un concerto, all'improvviso venga a mancare, dà il senso del tempo che passa. Sembrano degli eroi immortali, cavalieri invincibili seguiti da coraggiosi scudieri come Danny. Invece sono come noi, e all'improvviso tornano dal nulla per ricordarci che non sono più i tempi di Rosalita e che gli anni se ne sono andati via, portandosi dietro capelli e speranze. Oltre a dire grazie per quelle belle canzoni, anche se non stiamo qui a far l'elogio funebre di un signore discreto che a un certo punto della sua fortunata vita è mancato per un melanoma.

18 aprile 2008

Danny Federici

E' morto Danny Federici, maremma maialaccia.
Per chi non lo sapesse, il tastierista della E-street band di Bruce Springsteen.
Per qualcuno dell'età mia, una leggenda, come tutti gli e-streeters

17 aprile 2008

Corti

Il governo ombra è roba vecchia. La telefonata di congratulazioni è una veltronata: il fair play si usa con chi se lo merita, con gli altri è meglio stare zitti per evitare di aumentare il grado di godimento. Qualunque dialogo postvoto Walterino tenti, sarà accusato d'inciucio. E' il suo destino, ormai. Oppure è lo stucchevole loop a disco rotto che sono capaci di intonare alcuni: inciucio qui, inciucio là, dietrologia a grandinate e via. A me sembra che tutti stiano recitando la propria parte in commedia, da Berlusconi all'ultimo communista così, no così. Film già visti, qualcuno drammatico, qualcuno ridicolo, qualcuno patetico. La Lazio non riesce a battere l'Inter nemmeno se l'Inter vuole perdere a tutti i costi. Annata pessima, ma c'è ancora qualche straccio di speranza. Non c'è più per i morti sul lavoro di ieri. C'è un commento da GR che dice che nell'azienda non c'erano operai sindacalizzati. Ho idea che sia una condizione comune a molte aziende. Ho idea che questo accada sempre meno per volontà dell'imprenditore. Sempre più per scelta del lavoratore. Che non sempre ha torto, anche se per cento euro in più decide di mettersi a novanta gradi davanti al datore di lavoro. Detassare gli straordinari ha un senso: si toglie qualche risorsa a qualche pezzo di paese parassita. Una cosa che potrebbero fare i mostri che si accamperanno a Palazzo Chigi è dare una tagliata ai rami secchi della pubblica amministrazione, vacca da miliardi di tette. I soldi della collettività vanno spesi meglio. I dipendenti da aziende private si spaccano il deretano dieci ore al giorno. Sarà per far ricco qualcuno, sarà anche per cercare di migliorare la propria condizione. Fatto sta che in molti posti imprese e lavoratori condividono qualcosa. Non sono solidali con nessuno, questo no. Ma non hanno torto per forza. Questo, qualcuno non lo ha capito. Avrà tempo, da qui in poi. Cinque anni. Anche per verificare se è vero o no che la sicurezza è un problema percepito. A conti fatti, sembra di sì.

"El Charro" Moreno


Qualcuno crede ancora che gli scrittori come il povero Osvaldo Soriano avessero una capacità d'immaginazione incredibile. Basta leggersi la storia del "Gato" Diaz e del rigore più lungo del mondo. Ma Soriano e altri come lui hanno attinto a piene mani alla leggenda del calcio, abbeverandosi direttamente alla fonte. C'è stato un tempo in cui il calcio era dominato dalla "Maquina", il River Plate che distruggeva qualunque avversario. El Charro Moreno faceva parte di quella squadra leggendaria. Era l'attaccante che si allenava ballando il tango e tirava tardi nella notte assassina di Buenos Aires, lui che era nato nella Boca ma aveva trovato la sua fortuna al River dopo che il Boca lo aveva scartato. Una volta disse: "El tango es el mejor entrenamiento: llevás el ritmo, lo cambiás en una corrida, manejás todos los perfiles, hacés trabajo de cintura y de piernas".
Dribblava terzini e puntava diritto alle signore. Segnando gol a grappoli, al suono di una milonga.

16 aprile 2008

foto segnaletica

Capita, guardando il telegiornale, di vedere le foto delle brutte ghigne dei marioli che vengono arrestati per i reati più abbietti. Sofisticatori di mozzarelle, trafficanti di organi, scafisti, mammane, sfruttatori delle monache: in comune hanno tutti una facciazza patibolare che Lombroso a vederla andrebbe in brodo di giuggiole. Ma avete mai guardato la foto della patente o della carta d'identità pensando a come starebbe sparata a pieno schermo sul telegiornale?
(sopra, un esempio di grugno sottratto alla guardinaccia di qualche barrio scarcagnato brasilero)

post

Vanno riviste un bel po' di cose, dopo questo risultato dirompente.
Per esempio, sul tema della solidarietà. O della coesione tra gruppi che popolano lo stesso strato sociale. E tra individui che compongono un gruppo singolo. Sarebbe bello capire se esiste ancora e nel caso se può continuare a esistere un minimo di visione collettiva dei problemi del paese che crei i presupposti per una condivisione. A parte, ovviamente, gli interessi corporativi.

15 aprile 2008

colpa di Veltroni

In Italia la metà delle persone si ritiene parte di un ceto popolare, che sia operaio o meno.
A conti fatti, una su quindici di queste ha votato per la sinistra arcobaleno, che proprio a loro si proponeva di parlare. Qualcuno, forse, ha sbagliato qualcosa da qualche parte, in qualche tempo.
Oppure sarà colpa del fagocitatore, e allora continuiamo così, a cantasse piccola Ketty

sfinito

Aggiungo link all'analisi di Franco B.
E mi associo.
Buonanotte

14 aprile 2008

caporetto

Il Berlusconi terzo è già qui.
Com'era largamente previsto.
Veltroni ha fatto quello che si è potuto permettere, spendendo il suo credito di popolarità. Il PD ha dormito per un sacco di tempo e si è fatto trovare impreparato quando Mastella ha fatto saltare la polveriera. La "sorpresa" inquietante è la Lega. La sinistra arcobaleno raccoglie quello che ha seminato. E adesso sò cazzi

I volenterosi carnefici del Duce

da segnalazioni

Repubblica 13.4.08
Lager d’Italia. I volenterosi carnefici del Duce
di Paolo Rumiz

Non c´erano camere a gas e nemmeno lavori forzati, ma si moriva lo stesso. Semplicemente di fame e di malattie Toccò a decine di migliaia di internati sloveni e croati Perché i campi fascisti ubbidivano agli stessi imperativi di quelli hitleriani: terra bruciata, pulizia etnica, spazio vitale alla razza vincitrice Nuovi documenti e un libro abbattono per sempre il mito della "brava gente"
Un generale annota a mano: "Individuo malato = individuo che sta tranquillo"

Stessi corpi nudi, stessi occhi vuoti, scheletri senza natiche e pance gonfie come tamburi. Certo, non era Auschwitz, non c´erano camere a gas, e nemmeno lavori forzati. Ma si crepava egualmente, come mosche. A fare il lavoro bastava la fame, il freddo, la malaria, le cimici, la scabbia, la dissenteria, il tifo petecchiale. Bastavano le punizioni, le adunate, la paura di essere prelevati come ostaggi per le fucilazioni di rappresaglia. Dentro il filo spinato non c´erano ebrei, polacchi, ucraini. C´erano sloveni e croati, ma la sporcizia e il tanfo erano gli stessi. Sulle torrette di guardia stavamo noi, «italiani-brava-gente», non i tedeschi, ma l´imperativo categorico era identico. Fare terra bruciata, annientare quegli uomini-pidocchi, bonificare le terre del nemico, pulirle etnicamente, offrire spazio vitale alla razza egemone.
Non ci furono solo i campi di Hitler. Anche l´Italia ha avuto i suoi. Nel territorio nazionale, incluse le aree jugoslave annesse nella primavera del 1941, i lager furono ben centosedici, e i più malfamati vennero destinati alla «razza slava». Fino all´8 settembre del ‘43 inghiottirono decine di migliaia di persone, in gran parte vecchi, donne e bambini, talvolta neonati, dei quali morirono di stenti quasi uno su tre. Dei croati - i più numerosi - abbiamo dati approssimativi, ma sappiamo che i soli sloveni furono ventiquattromila, dei quali settemila non tornarono. Tanti, per una popolo di un milione e mezzo di abitanti. Centosedici furono i campi del Duce, ma solo quattro monumenti fuori-circuito ricordano la sofferenza dei deportati: a Roma, San Sepolcro, Barletta e Gonars in Friuli. Per loro, nessun giorno della memoria. Nessun accenno sui libri di scuola.
Un tema tabù, dove s´è cercato per anni, con pochi mezzi e scarsa pubblicità. Le testimonianze, terribili, ci sono: le hanno raccolte studiosi come Costantino Di Sante, Spartaco Capogreco, Tone Ferenc, Eric Gobetti, ma sono sempre rimaste una cosa di nicchia, non sono mai entrate nella coscienza nazionale. Ora altre voci bucano la cortina del silenzio. Lettere di donne recluse, ritrovate negli archivi della prefettura di Udine, dove ha funzionato l´ufficio-censura dell´esercito di Mussolini. Lettere mai inoltrate al destinatario; invocazioni disperate di nonne, ragazze, madri, che spesso non hanno commesso nulla e non sanno perché sono state internate. E poi i racconti delle ultime sopravvissute, che a distanza di sessantacinque anni hanno scelto di rompere la diga del dolore. Un materiale terribile, raccolto da Alessandra Kersevan nel libro Lager Italiani, ora in pubblicazione per conto della casa editrice Nutrimenti. Un testo da leggere, se vogliamo fare i conti con noi stessi.
Marija Poje è di Stari Kot, paese completamente distrutto dai nostri dopo la deportazione degli abitanti. Nel febbraio del ‘42 viene internata sull´isola di Arbe (Rab) dove funziona il campo più grande della Dalmazia. Il motivo ufficiale è: protezione dalle incursioni partigiane. In realtà è una forma di brutale occupazione. Marija ha un bimbo di tredici mesi ed è anche incinta. Al campo, racconta, «non avevamo niente da mangiare e i bambini piangevano terribilmente… ci hanno messo sotto tende militari… e anche lì era solo pianto e gemito di bambini». Poi il trasferimento a Gonars, dove la fame comincia a uccidere. Inedia, freddo, assenza di medicine. Come cibo solo brodaglia e un pezzo di pane grande «come un´ostia».
Racconta Marija, oggi ottantenne: «A me poi è morto questo bambino appena nato, mi è morto questo figlio della fame e del freddo… Era magro, solo ossicini, era come un coniglietto. Due giorni di agonia prima di chiudere gli occhi. E proprio quel giorno per la prima volta gli avevano dato… un po´ di latte freddo. Ha avuto il latte la prima volta quando è morto. Poi l´hanno portato via ed ero così malridotta che non ho potuto accompagnarlo nemmeno sulla porta della baracca. Sono rimasta là. E ancora adesso ho questo desiderio spaventoso, il desiderio di quella volta. Il ricordo dei giorni terribili in cui ho desiderato che morisse prima di me… io non ho potuto andare là, non sapevo neanche dove fosse sepolto».
Stanka è una slovena di origine rom che oggi vive in Friuli. I suoi genitori con otto figli vennero internati ad Arbe e poi a Gonars. La testimonianza è raccolta da Andrea Giuseppini, autore di un documentario sulla deportazione degli zingari nei campi fascisti. «Ci hanno portato in carcere a Lubiana, poi ci hanno portato in questa isola… Rab, in Dalmazia sarebbe… Tanta di quella fame… Non ierano baracche, nelle tende e dentro buttata paglia e lì si dormiva come le bestie. Ieramo in tanti, cinquemila, forse anche di più. I bambini morivano di fame. I piccoli neonati li nascondevamo sotto la paglia perché prendevamo il rancio su di loro… Nascondevano i bambini morti per prendere il mangiare che dopo mangiavano quegli altri».
Bambini nudi e scalzi anche d´inverno che rovistano tra i rifiuti di cucina, mortalità spaventosa, tisici, gente senza mani, senza gambe, quasi ciechi. I medici del campo protestano, chiedono più cibo e medicine, ma l´ordine dall´alto è «affamare». Il 17 dicembre 1942, il generale Gastone Gambara, comandante del XI Corpo d´armata, annota a mano su un foglio che ci è giunto intatto: «Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo». Anche le medicine non servono, fa notare il capo del campo di Gonars, colonnello Vicedomini. Bastano «fasce addominali di flanella», consiglia agli infermieri, che vengono accusati di favoreggiamento al nemico. Crudeltà gratuite, per le quali nessuno ha pagato, alla fine della guerra.
Francesca Turk, un´altra detenuta la cui lettera è stata bloccata dalla censura: «Caro fratello, non so se ci rivedremo oppure se moriremo prima… periremo di freddo e di fame… viviamo nei patimenti e nella paura. Ti scongiuro di mandarmi un po´ di pane secco, perché temo per la mia vita e quella dei miei bambini… Ogni giorno muoiono da cinque a sei persone; periscono anche i giovani, come le pannocchie. Fa freddo intenso, non abbiamo la stufa, non spero più di rivedere il mio paese». Paola Rausel: «Se avessi saputo ciò che mi attendeva, avrei ucciso prima i bambini e poi me stessa, perché non è possibile sopportare ciò che sopportiamo ora. Muoiono specialmente gli uomini e i bambini… gli uomini cominciano a gonfiarsi e a perdere la vista, poi muoiono. Per fortuna che la mamma è morta».
Prima delle deportazioni c´erano i rastrellamenti, i villaggi distrutti. Racconta Slavko Malnar, deportato nel 1942 all´età di cinque anni dal suo villaggio del Gorski Kotar, massiccio montuoso sopra Fiume: «Il 27 luglio l´esercito fascista incendiò tutto il nostro paese… Ci dissero che ci avrebbero protetti dai banditi comunisti partigiani. Figuratevi quale protezione… hanno rubato il bestiame e tutti i beni mobili, e ci hanno cacciati in un campo dove in pochi mesi sono morte trentacinque persone solo del mio paese. Lo stesso è successo per gli altri villaggi». Nel gennaio del ‘43 la Croce Rossa segnala al ministero degli Esteri che nel campo di Renicci (Arezzo) i reclusi ex jugoslavi versano «in condizioni miserevoli» e molti di loro «si sono ridotti a nutrirsi di ghiande». Talvolta - i partigiani italiani lo sanno - i fascisti erano peggio dei tedeschi.
Non era programmata solo la fame, ma anche le umiliazioni. Battista Benedetti, radiotelegrafista nel campo nell´isola di Zlarin in Dalmazia, racconta che per aspettare il rancio queste larve umane erano obbligate a stare in piedi in fila per delle ore e, quando arrivava «la brodaglia», la colonna «cominciava ad agitarsi» e allora piovevano bastonate dei sorveglianti. «Ma la cosa più terrificante era quando alcuni di questi malcapitati, accecati dalla paura di restare senza rancio… uscivano dalla fila e correvano verso il cibo, e allora le bastonate non si contavano più e i poveretti, non riuscendo più ad alzarsi, venivano portati via».
I malati di dissenteria portavano addosso gli stessi vestiti del momento della cattura, intrisi di feci, fino alla fine. Giacevano in un tanfo orrendo in barelle fuori dalle infermerie, all´aperto in pieno inverno, e - racconta un testimone - i loro «occhi vitrei… sporgevano dalle orbite». Per seppellire i corpi, in alcuni campi in Dalmazia, noi italiani usavamo le grotte. Sì, proprio le foibe, dove a fine guerra sarebbero stati uccisi per rappresaglia migliaia dei nostri, ma anche tanti croati, bosniaci e sloveni. «La foiba - racconta Battista Benedetti nel suo libro di memorie - ingoiava i miseri resti di questi malcapitati che, fatti scivolare, di solito dalla parte dei piedi, nel baratro, scomparivano; la cassa vuota veniva riportata dal gruppo degli accompagnatori, per essere utilizzata con altre vittime».
La gente che arrivava nei campi erano già «relitti umani», denuncia il console italiano a Mostar Renato Giardini nell´aprile del ‘42. Sono i mesi in cui i tedeschi pare sfondino in Russia e raggiungano i giacimenti del Caspio, e questa speranza moltiplica lo sforzo bellico nei Balcani, si trasforma in bestiali rastrellamenti. Giardini vede «mandrie di vecchi, donne e bambini, laceri, scalzi e affamati… erranti da una contrada all´altra…». Vede «bambini morti lungo la strada… e i loro corpi gettati dai genitori stessi nei burroni. I poveri contadini da una parte sono vessati dai partigiani… dall´altra gli italiani gli incendiano i villaggi, distruggono le case, gli razziano il bestiame, credendoli partigiani». E poi «intere zone distrutte… la gente anche non combattente ammazzata senza pietà… a volte anche le donne seguono la stessa sorte… i campi resi deserti e squallidi… e tutto ciò serve solo a ingrossare le file del nemico».
«Furia sanguinaria», «disumana ferocia», «barbarie»: così - ricorda lo studioso Livio Sirovich - il capo dello Stato ha definito il 10 febbraio il comportamento dei nostri vicini a proposito delle foibe. Nello stesso discorso, i comportamenti anti-slavi degli italiani, messi in atto fin dal 1920, sono descritti come «guerra fascista». Perché? Per l´enormità imparagonabile di Auschwitz? Per la nostra mancata Norimberga? Per il mito del «bono italiano» che non muore? Per i depistaggi dei servizi segreti dopo il ‘45? Per Spartaco Capogreco la colpa principale è della politica della memoria iniziata dieci anni fa: «Una politica del ricordo per decreto, dove non c´è mai la parola fascismo». Una strategia che alimenta certe memorie con leggi, fondi, ricerche, e ne dimentica altre. «E questo è solo l´inizio. Nelle scuole nessuno più sa cos´è il 25 aprile. Ora aspettiamo solo un decreto ministeriale che lo abolisca».

13 aprile 2008

Muslera di fico


Un sonno che lèvati: quattro parole bastano a raccontare una partita. E io mi ci ero quasi emozionato, ché tornavo all'Olimpico dopo un sacco di tempo e mi rifacevo tutta la solita teoria del prepartita, incluso il parcheggio a Piazza Mancini e il tuffo al cuore alla vista del campo. Dopo parecchie "visioni" in tivù confermo che la Lazio fa pietà. La sintesi migliore è il mio vicino di posto che scoppia a ridere davanti a un goffo tentativo di conclusione di Tare, nel finale di partita. Una gara di fine stagione, con la Lazio attesa dalla coppa, e come no, e altre settecentoquaranta tonnellate di alibi, come ogni domenica di questa stagione stucchevole. Se non si vince la coppa è una stagione fallimentare: siamo a trentuno punti dalla Roma, il che, oltre a essere inaccettabile, non è nemmeno abbastanza: dal primo posto i punti di distacco sono 35.
Dubito che la colpa sia di un inesperto giovane portiere che fa una cazzata a fine partita. Ora andiamo a giocarci questa chance. Poi io ridiscuterei qualunque cosa, altro che compilare liste di confermati e epurati: il primo da mettere sul banco degli accusati è il tecnico, che non ha motivato, non ha preparato, non ha gestito la stagione di questa squadra. Poi parliamo pure di quello che non gli è stato messo a disposizione (giova ricordare che l'avversario di turno aveva due punti in meno della Lazio, e basta dare una letta ai nomi per capire quanto sia allucinante una simile classifica a un mese dalla fine del campionato). Mi fermo qui perché voglio bene a Delio Rossi...